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Home Dai “nastri gialli” al sostegno della competitività: le imprese si stanno arrabbiando

Dai “nastri gialli” al sostegno della competitività: le imprese si stanno arrabbiando

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I “NASTRI GIALLI”, MA NON SOLO: LE IMPRESE SI ARRABBIANO
L’Ance, l’Associazione nazionale costruttori edili, lancia i «nastri gialli»: probabilmente nelle prossime settimane i cantieri bloccati, le scuole fatiscenti, le voragini nell’asfalto saranno recintati con passamano biodegradabili. L’Api, nei giorni scorsi, aveva pensato ad una «serrata delle fabbriche», qualcuno ad uno «sciopero fiscale» mentre gli autotrasportatori vorrebbero riproporre «un blocco autostradale». Quello che una volta si faceva con il pressing lobbistico, oggi lo si fa andando alla ricerca del consenso popolare. Lo fa la politica; lo devono fare anche le associazioni di categoria? «E’ l’altra faccia della rabbia – scrive Dario Di Vico sul Corriere della Sera – che in questi mesi circola tra gli industriali grandi e piccoli del Paese. La nuova stagione politica non solo li ignora e non li consulta ma decide quasi sempre all’opposto dei loro desiderata. E’ successo con la legge Dignità, si è ripetuto con la legge di Stabilità, di nuovo con il soffocamento di Industria 4.0 e infine con la Tav».

DI MAIO: DALLA PARTE DI CHI FA IMPRESA?
Eppure il ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, rilascia una lunga intervista a Italia Oggi con la quale mette ordine nelle tante iniziative a favore delle imprese. Partendo dal «portale per gli incentivi con un occhio di riguardo per le startup: 12 amministrazioni inserite, oltre 60 misure al servizio della crescita per oltre 20 miliardi di euro disponibili». Dice il ministro: «Vogliamo offrire a chi vuole fare impresa la possibilità di avere un quadro completo degli incentivi disponibili». E’ vero che le sanzioni per chi evade il fisco saranno più severe, ma è altrettanto vero che «il taglio del costo del lavoro è un obiettivo prioritario che dobbiamo realizzare», afferma Di Maio. Che ricorda anche la «rimodulazione delle tariffe Inail ridotte del 32%». I problemi che frenano la competitività delle «piccole e medie imprese, colonna portante della nostra economia» sono ben presenti al ministro: «Oggi non siamo attrattivi come Paese per il costo del lavoro troppo alto e per la complessità in generale del fare impresa in Italia. Se iniziamo a valorizzare le nostre competenze e semplifichiamo la vita alle imprese, anche il nostro Paese diventerà attrattivo per le aziende estere, a prescindere dalla Brexit».

MA SE LA PRODUTTIVITA’ SCENDE…
Bisogna capire come misurarla. Ce lo dice il Sole 24 Ore: «La competitività italiana viene misurata con statistiche parziali perché basate su stima in volume (ossia a prezzi costanti) del valore aggiunto e, a cascata, della produttività: quando la crescita di lungo periodo viene misurata in valore (a prezzi correnti), la performance relativa dell’Italia appare nel confronto internazionale tutt’altro che anomala». Quindi, la produttività italiana non è messa così male: «La manifattura italiana occupa la settima posizione al mondo per valore aggiunto, la quarta per diversificazione produttiva, la seconda per competitività dell’export e ha un tasso di investimento che è superiore a quello dei principali competitor europei, Germania inclusa». Un esempio: «Le imprese manifatturiere italiane hanno accumulato tra il 2000 e il 2017 un ritardo nella produttività del lavoro rispetto a quella francese di 31 punti percentuali; secondo le misure in valore, risulta un differenziale positivo a favore dell’Italia di 2 punti percentuali». Quindi parlare di «bassa e declinante produttività del lavoro come uno dei fattori di rischio per la sostenibilità economica del Paese» potrebbe essere un concetto sul quale dibattere. Ancora.

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