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La nuova Via della Seta: è tutta una questione di fiducia. E i mercati lo sanno

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LO SVILUPPO CREA INSICUREZZA? E’ UNA QUESTIONE DI FIDUCIA
Ieri sera, nella sede di Gallarate di Confartigianato Imprese Varese, il professore Vittorio Pelligra ha parlato dell’”economia della fiducia” senza fare mistero di quanto l’atto del fidarsi debba essere alla base di tutte le relazioni fra gli attori della società. Per legarli fra loro in un patto di reciprocità: fidarsi aumenta l’efficienza dei sistemi economici ma anche la maturazione del sistema politico attraverso una relazione sempre più stretta con i cittadini. Ne parleremo ancora, ma non è questa la sede per farlo. Diciamo solo che il Corriere della Sera, questa mattina, titola un intervento di Ernesto Galli della Loggia, in Economia e Società, così: «Lo sviluppo che crea insicurezza». E di ritorno, sfiducia. Perché «le ragioni dell’economia, cambiando, cambiano il lavoro delle persone, le abitudini di ogni giorno, i luoghi e gli ambienti in cui si vive. Dunque l’esistenza stessa di quelle persone, i rapporti tra di loro e quelli loro con il mondo…Le ragioni dell’economia determinano in misura decisiva il carattere e il mutamento della società». Un mutamento «doloroso – prosegue della Loggia – che produce senso di precarietà e di insicurezza, di spaesamento». Anche di sfiducia. Non nei confronti dello sviluppo, questo no, ma probabilmente nei modi e nei tempi in cui si sta manifestando il cambiamento della società. Che è anche economico.

USA VS ITALIA: PERCHE’ NON FIDARSI DELLA CINA?
Quando Washington e Bruxelles sbottano contro l’Italia per questa sua, probabilissima, decisione di entrare nella Via della Seta (progetto sul quale Pechino ha già investito 20 miliardi di dollari), non si sta mettendo in discussione la fiducia verso l’Impero Celeste? Perché gli Stati Uniti e la restante parte dell’Europa non si fidano? Quali sono i motivi che hanno minato questo rapporto? Quello su cui ha dibattuto il professore Pelligra a Gallarate, ieri sera, è anche questo: il comportamento della Cina nei confronti dei mercati, della politica, della globalizzazione, dell’economia non sempre ha convinto i Paesi occidentali a potersi fidare di lei. Anzi, la fame di conquista della Cina preoccupa. E’ per questo che Usa ed Europa stanno suonando il campanello d’allarme: l’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta perché, dice Xi Jinping, «il nostro obiettivo è di far collaborare le imprese italiane ai grandi cantieri per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa: investimenti per 90 miliardi di dollari». All’Italia piacerebbe, e Xi sarà a Roma il 22 e il 23 marzo per una visita di Stato che si tradurrà, probabilmente, in un Memorandum of understanding. L’inizio di una adesione, un accordo quadro, su cui ragionare. Però si parla molto dei nostri porti come approdo della rotta marina verso l’Europa: Trieste, soprattutto. E qui il disaccordo di Washington è pieno.

UNA SPINTA ALLE ESPORTAZIONI: C’E’ CHI SI FIDA
Michele Geraci
, sottosegretario allo Sviluppo economico, in Cina ci ha vissuto e lavorato per dieci anni. A parte questo, più di una volta ha sostenuto l’importanza di limitare le acquisizioni cinesi in Italia. Però ha deciso di fidarsi, e sulla possibile firma dell’accordo tra Pechino e il nostro Paese sulla Via della Seta è positivo: «Portogallo, Ungheria, Polonia e Grecia hanno già firmato», dice lui. Che aggiunge: «In questo protocollo non c’è nessun intento geopolitico. Non ci trovo nulla di controverso, stiamo facendo l’interesse delle nostre aziende che hanno sempre avuto difficoltà a vincere contratti all’estero». Il fatto è che chi ci critica, i passi li ha già compiuti: la Germania esporta verso la Cina cinque volte l’Italia; l’Irlanda esporta in questo Paese più generi alimentari dell’Italia; la Francia vende sette volte il vino italiano. Geraci si fa forte dei dati e dice, chiaramente: «Noi vogliamo proteggerci da investimenti predatori, cinesi e non. Ma l’Italia, nell’export, deve recuperare posizioni rispetto ai suoi concorrenti». Bisogna fidarsi.

CHI SI FIDA DELL’ITALIA?
Ocse e Istat stanno perdendo fiducia nell’Italia, e con le loro stime al ribasso (ormai si parla di recessione) stanno contagiando un po’ tutti. Il 2019 non sarà un anno bellissimo, né per le imprese che per i cittadini. La prospettiva che arriva dall’Ocse è quella di un «nuovo peggioramento», ma non solo per il nostro Paese. Nel vortice della crisi ci sono Germania, Francia, Regno Unito. L’intera zona euro. «Se mettiamo insieme la debolezza della Cina, che porta a un indebolimento della Germania, cui aggiungere una debolezza dell’Italia e del Regno Unito per la Brexit la molteplicità dei possibili shock può avere un grande impatto sulle prospettive della Ue«, ha detto il capo economista dell’Ocse Laurence Boone al Corriere della Sera.

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