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L’anno che verrà, dovrà essere l’anno delle Pmi

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L’ANNO CHE VERRA’
E’ normale: di fronte alle situazioni difficili, di stallo e rallentamento, si pensa al futuro. Si scruta l’orizzonte: economico e politico, perché le due cose vanno a braccetto. Lo ha fatto Confartigianato Imprese Varese, pochi giorni fa alle Ville Ponti, presentando lo studio “La provincia di Varese, scenari di futuro”, commissionato a Teh – The European House Ambrosetti. Le domande sono tante; le risposte non immediate, ma si troveranno. Lavorando insieme. Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, cerca di capire come sarà questo 2019. Secondo l’economista ci sono scelte che il governo non può più rinviare. E la recessione “leggera” potrebbe rientrare se «la battaglia sui dazi fra Europa e Stati Uniti si concluderà» – in caso contrario, arriverà il colpo di grazia sull’industria manifatturiera tedesca e sui suoi sub-fornitori – e se «i dubbi sugli investimenti pubblici verranno spazzati via. Partendo dalla Tav per poi arrivare ai lacciuoli che frenano la concorrenza (dagli Ncc alle licenze degli stabilimenti balneari, dalle farmacie alla minaccia di chiusure obbligatorie la domenica)». Certo, il governo dovrebbe anche «rivedere alcune norme del Decreto dignità, almeno quelle che rendono più difficile il rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato, e poi lo spread: dal maggio scorso frena l’economia, imponendo un maggior costo a tutte le imprese che per lavorare hanno bisogno di linee di credito bancarie».

LA PRIORITA’: FARE IL BENE DELLE IMPRESE
Ferruccio De Bortoli
, sul Corriere della Sera, si fa una domanda: «L’opinione pubblica ama davvero le piccole e medie imprese, questi campioni del made in Italy? Le vogliamo o no, queste imprese?». Si tratta della «grande tradizione di aziende familiari, forse un po’ troppo familiari che però, in quanto a passione per il lavoro, voglia di competere e investire, non sono seconde a nessuno». La forza del nostro Paese è questa: «Si nasce piccoli, e il vero problema non è il nanismo». Eppure, «le norme fiscali non sempre aiutano; l’investitore straniero è visto con sospetto; viviamo di export. Ostacolare insediamenti produttivi o nuove infrastrutture, vagheggiare “decrescite felici”» non aiuta. «Se teniamo all’occupazione non possiamo pensare di godere sempre dalle nostre finestre di un panorama sgombro da fabbriche e capannoni». Poi c’è l’energia che è troppo cara, il credito che va “liberato”, scelte che possono incidere positivamente su nuovi posti di lavoro. «La questione cruciale – scrive De Bortoli – è se le aziende sono in grado di crescere e, soprattutto, se vivono in un ambiente che ne favorisce lo sviluppo. Oppure lo limita, persino lo teme. Tutto qui».

PORTARE I GIOVANI IN AZIENDA, MA COME?
Eppure, lo si è ricordato al convegno organizzato da Confartigianato Imprese Varese alle Ville Ponti con Teh – The European House Ambrosetti, «dall’arrivo della crisi ad oggi, le imprese hanno fatto miracoli». Si sono adeguate e hanno risposto alle difficoltà: il 69% del campione di imprese intervistate dall’Osservatorio Mecspe, la fiera della meccanica che si terrà a Parma dal 28 al 30 marzo, parla di «performance aziendale molto positiva» dalla seconda metà del 2018. Su un campione di 141 imprese della meccanica, scrive il quotidiano “Il Giorno”, risulta che «il 43% delle Pmi manifatturiere lombarde ha già adottato, o intende introdurre entro il 2019, tecnologie e processi innovativi tra cui rientrano anche la sicurezza informatica, il cloud computing, la robotica collaborativa e l’internet of things». Nello studio si legge che «il territorio lombardo crede negli investimenti in formazione e li considera la migliore strategia per valorizzare il capitale umano in azienda (48%)». Però le imprese devono lottare ancora contro alcuni stereotipi. Soprattutto nei confronti dei giovani, «che vedono il lavoro in fabbrica faticoso e manuale (61%), poco riconosciuto socialmente (46%), ripetitivo, poco creativo e che lascia poco spazio alla realizzazione personale (41%) e persino un luogo tecnologicamente arretrato (30%)».

L’EDILIZIA IN PIAZZA CONTRO LA CRISI
In Piazza del Popolo a Roma, oggi, sono attesi 10mila lavoratori del comparto edile: la crisi non si supera. Nel settore, dall’inizio delle turbolenze economico-finanziarie, «sono andati in fumo – scrive Avvenire – 620mila posti di lavoro e 120mila aziende hanno chiuso i battenti. L’edilizia valeva l’11,5% del Pil; oggi solo l’8%. Tutta la filiera delle costruzioni rappresentava il 29% del Pil; oggi quella fetta si è ridotta al 17%. Eppure l’edilizia, settore anticiclico, sarebbe in grado di smuovere un indotto composto da altri 35 settori». Le centinaia di cantieri da sbloccare, in tutta Italia, attendono una risposta: «Sbloccarli, vorrebbe dire dare lavoro ad almeno 380mila persone».

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