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Dove finirà l’Europa? A Gallarate un confronto con gli esperti

untitled-2Finita l’era Draghi, che cosa cambierà nelle politiche della Bce? E con quali riflessi per le nostre imprese? E ancora, cosa dobbiamo attenderci dall’Europa nei prossimi mesi, tra elezioni, tensioni ed effetto Brexit? Ne abbiamo parlato con due docenti universitari.

SECONDO FESTIVAL DELL'ECONOMIARoberto Perotti, professore ordinario di Economia politica all’Università Bocconi, delinea questo scenario: «Sicuramente finirà il Quantitative Easing, ma questo era già stato annunciato. La Germania sta già dando chiari segni di rallentamento. La domanda da un milione di dollari è se sarà un rallentamento duraturo o breve. Non so la risposta, ma se sarà il primo caso, per l’Italia sarà durissima».

Insomma, se il freno resterà tirato, il nostro Paese potrà pagare un prezzo particolarmente salato. Ma intanto la preoccupazione corre anche per la vicenda Brexit: il mercato britannico è prezioso per molte delle nostre imprese. Qui il professor Perotti ritiene che non sia il caso di preoccuparsi più di tanto: «A mio avviso, l’effetto sarà limitato. Già ora le Borse sono indifferenti a qualsiasi notizia sulla Brexit. La Gran Bretagna è una economia molto più piccola della Cina – precisa – e la Brexit non significa che export e import con la Gran Bretagna finiranno».

Con questi e altri problemi che si aprono però – prima di tutto quello sempre tenace della burocrazia – Perotti non crede che nelle prossime settimane i dibattiti delle elezioni europee affronteranno ciò che sta più a cuore alle imprese. Al contrario, si resterà su altri argomenti, e altri toni, prevede il docente: «Immigrazione e sicurezza saranno i temi dominanti, perché sono quelli che hanno fatto aumentare i consensi alla Lega e mi sembra solo naturale che vogliano continuare a battere il ferro finché è caldo – e precisa – Ci sono due temi cari alle imprese: ridurre le tasse e ridurre la burocrazia. Sul primo si farà, forse, qualche intervento di facciata. Sul secondo non si farà niente, come non ha fatto niente nessuno governo passato».

Insomma, su questo fronte si possono abbandonare le speranze.

colombo-em-0-300x225Ma ascoltiamo l’analisi di Emilio Colombo, professore di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano. Che invita anche a mettere da parte i preconcetti diffusi a volte sull’Unione Europea: «Dopo Draghi non bisogna aspettarsi di per sé cambiamenti dalla Bce, ricordiamo che le decisioni sono collegiali, si adottano a maggioranza. Anche sull’Unione Europea siamo spesso prigionieri degli slogan portati avanti dai partiti, di Governo o comunque rilevanti. È migliorabile, certo, ma pensiamo una cosa: il fatto che il Paese meno integrato in Europa, il Regno Unito, uscendo ne avrà un costo, su cui non esiste una stima sicura, la dice lunga. Anche quanti ripetono che l’euro ha fatto aumentare i prezzi… non è vero, lo dimostrano i dati Istat».

Soprattutto, aggiunge il docente, bisogna guardare a cosa sia veramente l’Europa: «L’accesso a un mercato di 500 milioni di persone. Vogliamo escluderlo? Torniamo al Governo britannico, ha diffuso un decalogo per i loro produttori per gestire la Brexit, suggerendo di fare le scorte nei supermercati. La risposta è stata: scusate, ma non avete capito come lavoriamo, sono anni che non abbiamo più i magazzini, tutto just in time».

Lavorare di più si può e si deve. Tenendo conto che «anche il problema che sta disgregando i rapporti in Europa, quello dei migranti, è perché si coopera poco. Bisogna darci più strumenti che possano favorire una maggiore collaborazione».

Al di là dei pregiudizi, Colombo insiste: con l’euro ci abbiamo guadagnato, oggi lo spread sarebbe ben più pesante, solo i tassi di interesse ci hanno fatto risparmiare. Il problema è un altro: «Se abbiamo risparmiato fino alla crisi 100 miliardi, poi ne abbiamo fatto un pessimo uso, perché siamo riusciti a non diminuire la spesa pubblica, né le tasse».

Si confondono, secondo il docente, cause ed effetti. E si cerca un agile capro espiatorio. Ciò non toglie gli errori commessi dalla Ue: «Ma non si parla più veramente di austerity dal 2013. Certo che sei, sette mesi di annunci roboanti sul mercato ci hanno dato un costo rilevante… come quello stanziato per il reddito di cittadinanza. Avremmo potuto spenderlo così. Ricordando che non tutto è imputabile all’attuale Governo, perché c’è il debito ereditato. Ma stiamo molto attenti, anche adesso con i dibattiti sulle Europee. Siamo il Paese con maggiore vocazione manifatturiera e quindi tra quelli che guadagnano di più dal mercato europeo». Anche l’insistenza sull’Europa dei burocrati, ci fa dimenticare in realtà quanto siano i politici – dunque eletti da noi – a varare le decisioni. Di qui anche un consiglio del docente per le elezioni: «Documentiamoci, non fermiamoci allo slogan. Ci sono molti strumenti per capire la situazione».

Di Europa si discuterà anche il 7 maggio in occasione dell’incontro “L’Europa che verrà: quale futuro dopo il voto di maggio?” in programma nella sede di Gallarate di Confartigianato (viale Milano, 69). Al tavolo ci saranno i professori Emilio Colombo e Carlo Altomonte, oltre al presidente di Confartigianato Imprese Varese, Davide Galli. 

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