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Gli italiani sono più felici, ma devono scommettere sul talento

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L’ITALIA E’ PIU’ FELICE, NONOSTANTE TUTTO
Partiamo da qui: da otto anni le Nazioni Unite pubblicano il World Happiness Report sui Paesi più felici al mondo. I fattori presi in considerazione sono la prosperità economica, l’aspettativa di vita, lo stato del welfare e la libertà individuale. L’Italia è più felice rispetto al passato: dal 47esimo posto è salita al 36esimo. «Anche se il nostro Paese è uno dei venti più grandi, insieme alla Spagna, a registrare un calo di livelli di felicità rispetto ai livelli pre-crisi – scrive Corinna De Cesare sul Corriere della Sera – è anche vero che gli aspetti positivi non mancano: la speranza di vita in buona salute (che ci vede settimi in classifica) e il sostegno sociale grazie a famiglia e amici (23esimo posto)». Il report è stato presentato all’Università Bocconi di Milano, dove Andrea Illy ha detto: «Due terzi dell’economia proviene dal settore privato, se si vuole cambiare la società bisogna cambiare le imprese. Bisogna diffondere la consapevolezza che le aziende sono istituzioni sociali, con il fine di creare progresso e sviluppo». Il primo posto, nel report, spetta alla Finlandia seguita da Danimarca e Norvegia.

SCOMMETTIAMO SUL TALENTO ITALIANO
Se vogliamo essere un po’ più felici, il talento può aiutare. In un mondo dove Stati Uniti d’America e Cina hanno dato il via ad una competizione feroce, Alec Ross (già consulente per l’innovazione di Barack Obama e autore de “Il nostro futuro” pubblicato da Feltrinelli) afferma che «l’Italia deve sviluppare i propri modelli di governance e di crescita per le industrie del futuro, basandosi su quattro fattori fondamentali: respingere il modello americano e cinese del “chi vince piglia tutto”, sostenere la capacità competitiva, spingere sugli investimenti e resistere a pressioni e intimidazioni» da parte dei grandi colossi mondiali. Quindi, l’Italia dovrà «fare affari sia con gli Stati Uniti che con la Cina, ma alle sue condizioni. Senza guadare a Washington, a Pechino, a Bruxelles, Parigi o Berlino. Il futuro dell’Italia è in Italia: il suo talento è tutto qui. Ci che serve è una visione di lungo raggio, investimenti e spirito d’intraprendenza per rilanciare le aziende italiane». Il consulente sostiene, infine, che «questo è il momento di lanciare un modello veramente italiano, capace di emergere e di camminare con le proprie gambe. Per evitare di diventare una colonia economica».

LE GROSSE AZIENDE ALLA RICERCA DI ARTIGIANI
A proposito di talento: sempre il Corriere della Sera dice che le aziende (le grandi maison) cercano 290 artigiani. Da Pomellato a Nove 25, da Damiani e Fendi è partita la corsa per «proteggere la tradizione del genio italiano». Fioriscono così i centri e i laboratori per la formazione dei futuri artigiani. Non solo per formare maestri orafi ma anche specialisti nel digital marketing, e-commerce, retail e poi modellisti e digital project manager. I dati trasmessi da Confartigianato Imprese non lasciano dubbi: «Solo nell’ultimo anno sono stati oltre 283mila i giovani under 30 che hanno trovato un’occupazione grazie all’apprendistato, a fronte di 254mila assunzioni di giovani a tempo indeterminato». La formazione, dunque, si dimostra ancora con più forza la carta vincente per chi si vuole collocare sul mercato del lavoro con skill adeguate alle esigenze delle aziende. E lo scouting è continuo.

L’OCSE BOCCIA L’ITALIA: SI E’ TORNATI ALL’ANNO 2000
Dobbiamo insistere su ciò che ci distingue: estro, creatività, intuito, professionalità d’eccellenza. Anche perché, scrive il quotidiano “La Repubblica”, «l’Italia è tornata all’anno 2000». A sostenerlo è l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Che boccia l’Italia sulle principali misure di cui si è discusso in questi ultimi tempi: quota 100 e reddito di cittadinanza. Per l’Ocse, «l’Italia è in stallo: quest’anno la disoccupazione sarà al 12% (2 punti in più rispetto al 2018), il reddito pro capite è tornato ai livelli del 2000, la povertà tra i giovani aumenta, cresce il divario tra Nord e Sud e sono sempre più i giovani che emigrano». Le ragioni sono anche queste: se quota 100 «rallenterà la crescita, aumenterà il debito, ridurrà l’occupazione degli anziani e accrescerà la diseguaglianza generazionale», il reddito di cittadinanza «rischia di incoraggiare il lavoro nero e la trappola della povertà».

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