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I litigi di governo che non danno slancio alla crescita

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LA RISSA DI GOVERNO CHE NON FA BENE ALL’ITALIA
C’è chi, il famoso bicchiere, lo vede pieno o vuoto. Ma non è una questione di prospettive. Titola “La Stampa” di oggi: «Nel governo la rissa permanente». Collaborazione o competizione? L’elenco delle occasioni di scontro è infinito. Ed è il quotidiano di Torino a mettere in fila i temi sui quali il dibattito crea continuamente tensioni: «E’ impossibile stabilire da dove è partita questa sorta di guerra civile all’interno del governo giallo-verde: se dalla Tav piemontese o dal Tap pugliese, dal “decreto dignità” o dalla legittima difesa, dal convegno di Verona o dalla Libia, dai profughi, dalle alleanze in Europa, dal Def, dalla flat tax, dalla sporcizia di Roma e dai fondi che dovrebbero essere stanziati per la Capitale, dalla Resistenza e dal 25 aprile. Si può dare per scontato che le polemiche non si concluderanno certo il 26 maggio, data delle elezioni, ma andranno anche oltre, dato che la campagna elettorale è ormai permanente e nessuno può escludere che si tornerà a votare». Continua l’articolo: «A farne le spese, nel frattempo, è ovviamente il governo Conte…costretto da settimane a procedere con la prassi umiliante, quanto inutile, dei provvedimenti varati in consiglio dei ministri “salvo intese”. Vale a dire solo formalmente e senza alcuna soluzione reale per i problemi del Paese».

LAVORI FERMI: IL DECRETO CRESCITA SLITTA A MAGGIO
E la rissa non porta da nessuna parte. Il decreto crescita – che contiene misure fiscali, incentivi alle imprese, rimborsi ai truffati delle banche – è ben lontano, infatti, dall’approdare sulle pagine della Gazzetta Ufficiale. Anzi, continua a rimbalzare tra Palazzo Chigi e i ministeri dell’Economia, dello Sviluppo e del Lavoro. Si legge sul Corriere della Sera: «Il decreto si è inceppato alla ricerca di coperture ancora mancanti, anche per colpa dell’antico, italico malcostume di infilare in corsa nuove norme “spot”». Nel frattempo, il testo finale del decreto non c’è ancora; il mese di aprile è corto (tra festività e ponti i giorni lavorativi sono meno di dieci); le imprese aspettano di sapere «quale impatto avrà la nuova mini-Ires; la tensione è alta per i Boc salva Roma. E così «lo stratagemma del “salvo intese” porta il decreto ben lontano dall’essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale». E l’Italia si ferma.

LA BUROCRAZIA BLOCCA LE IMPRESE
Si ferma perché le regole non sono certe, non sono uguali per tutti, arrivano in ritardo. Sul Corriere della Sera, un articolo che approfondisce nuovamente – nuova Italia ma vecchi mali – il tema della burocrazia che pende sulle imprese. Secondo una ricerca Cribis, nel primo trimestre del 2019 – come riportato anche dal Sole 24 Ore – le aziende che pagano oltre i 30 giorni sono aumentate del 6%. «Il tasso di puntualità – 35,3% – è ai minimi degli ultimi tre anni. La regione più virtuosa è la Lombardia. In media si regola dopo 89 giorni; 120 giorni per costruzioni e sanità. Il punto è che la correttezza nel rispetto dei tempi è sicuramente testimonianza di serietà e affidabilità, e incide sul prestigio del marchio. Ma in Italia il suo contrario non è vissuto in negativo allo stesso modo». Però meglio fare chiarezza da subito: «Le piccole e medie imprese pagano meglio e prima delle grandi. Queste ultime hanno procedure all’apparenza ineccepibili ma che, nella pratica, agevolano pratiche dilatorie». Tuttavia, qualche miglioramento c’è: secondo l’ultima rilevazione disponibile (2017) dell’Osservatorio di Centromarca «i termini di pagamento concordati, nel settore alimentare, sono scesi da 70 giorni (nel 2011) a 55, mentre i ritardi sono passati da 25 a 12. In quello non alimentare i termini sono diminuiti da 89 a 67 giorni; i ritardi da 30 giorni in media nel 2011 a 15 nel 2017». Le rilevazioni di Cribis hanno però riguardato 32 Paesi di cui 22 europei: la Svezia registra la minore percentuale di pagamenti in grave ritardo (oltre i 30 giorni) con uno 0,4 seguita dalla Finlandia (0,8) e dall’Olanda con l’1,2. L’Italia, con l’11,5%, è all’ultimo posto tra le principali economie europee. Male anche nella giustizia amministrativa: «Un’azienda tedesca, sette volte su dieci, non deve fare nulla per recuperare il proprio credito; una italiana soltanto tre volte su dieci».

LE ASSUNZIONI DEI GIOVANI SI INCEPPANO
E così eccoci arrivare alle assunzioni degli under 25: il loro tasso di disoccupazione, secondo dati Eurostat a febbraio 2019, è del 32,8% contro una media europea del 14,6% (Ue a 28 Paesi). Sia nel Def che nel programma nazionale di riforma «manca una ricetta per il rilancio dell’occupazione giovanile», scrive Il Solte 24 Ore. Infatti cinque incentivi su sette non sono ancora operativi. Si tratta di questi: il bonus Reddito di Cittadinanza per chi assume chi ha diritto all’RdC (manca la piattaforma dedicata presso Anpal), il bonus RdC per chi si mette in proprio e il bonus per l’assunzione di under 35 Dl lavoro (in entrambi i casi manca il decreto attuativo del ministero del Lavoro), il bonus eccellenze per l’assunzione di giovani con laurea 110 e lode e il bonus assunzioni nel Mezzogiorno (in entrambi i casi manca decreto attuativo del ministero del Lavoro).

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