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Home In maggio si vota per l’Europa. Ma l’Italia deve fare i conti con evasione e povertà

In maggio si vota per l’Europa. Ma l’Italia deve fare i conti con evasione e povertà

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IL VOTO EUROPEO: ESSERE INFORMATI, E’ MEGLIO
Dal 23 al 26 maggio
, circa 400 milioni di europei dovranno scegliere i propri rappresentanti a Bruxelles e a Strasburgo: l’Europa, cambierà? Non sappiamo ancora come, ma dovrà cambiare. Tante le tensioni, tanti gli interessi contrastanti, tanti i nervosismi: anche da parte italiana. Così, meglio chiedersi con un certo anticipo quale sarà l’Europa del futuro. La domanda se la porrà Confartigianato Imprese Varese giovedì 7 maggio, alle ore 18.30 nella sua sede di Gallarate in viale Milano 69. Risponderanno Carlo Altomonte (professore associato del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi) ed Emilio Colombo (professore ordinario di Politica Economica alla facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore). Beppe Severgnini affronta il tema su “Sette” del Corriere della Sera. E scrive: «Una grande affermazione dei sovranisti segnerebbe la fine di questa UE. La costruzione europea non può essere, infatti, la somma degli egoismi nazionali; è invece una consapevole coesione di sovranità». E ancora: «I sondaggi sulle intenzioni di voto sono rassicuranti. Salvo imprevisti – sempre possibili – popolari, liberali, socialisti e verdi sembrano in grado di assicurare una maggioranza europeista all’Europa. Però bisogna stare in guardia, informarsi, votare e difendere ciò che abbiamo conquistato. L’Europa, infatti, non è solo la nostra casa». L’informazione, prima di tutto: votare consapevolmente farà la differenza.

IL VERO TESORETTO DELL’ITALIA, E’ L’EVASIONE
Certo l’Italia – la politica italiana – in casa propria ha qualche problemuccio che non può più stare sottotraccia. Il Sole 24 Ore pubblica un editoriale di Mattia Losi sul «vero tesoretto» del nostro Paese: l’evasione fiscale. Ogni anno, le operazioni di contrasto ai furbetti delle tasse riescono «a recuperare meno del 10% degli oltre 200 miliardi di euro nascosti al fisco». L’esempio fatto dal giornalista è questo: «Immaginiamo che il nostro fabbisogno pubblico sia un lavandino. Aprendo il rubinetto (riscuotendo le tasse) cerchiamo di riempirlo. Purtroppo il foro di scarico non è tappato e molta acqua (l’evasione fiscale) si perde nelle tubazioni». Il Paese, non solo da oggi, è diviso in due: da un lato chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo, ma «viene sottoposto a una pressione fiscale crescente»; dall’altro chi non le paga. E chi non le paga, continuerà a farlo «perché sa di avere buone probabilità di sfuggire ai controlli e alle relative sanzioni». Dunque, che fare? Prosegue il quotidiano economico: «Si deve combattere l’evasione in modo drastico, ma è la politica che deve decidere se colpire l’evasione in una lotta davvero senza quartiere, o se continuare a temere le reazioni (e il voto) di chi si nasconde al fisco…In un Paese dove il 45% dei contribuenti dichiara meno di 15mila euro lordi, e solo il 5,3% oltre 50mila, forse è arrivato il momento di prendere atto che i numeri sono bugiardi. E che, prendendoli per veri, si finisce con il praticare politiche fiscali inique».

REDDITO DI CITTADINANZA: IL NUOVO WELFARE E’ QUESTO?
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito e Dario Di Vico, commentano il reddito di cittadinanza inaugurato dal governo. L’attacco dell’articolo di Polito è questo: «E’ strano: in una Repubblica a lungo dominata dai cattolici e dai comunisti, questo è il primo intervento contro la povertà…C’è da chiedersi perché. Forse per un pregiudizio. La maggioranza degli italiani sospetta sempre che i poveri siano finti, perché veri evasori o semplici fannulloni. Per la sinistra, alla povertà doveva pensarci il lavoro. Per i cattolici, doveva pensarci la famiglia. La tradizione politica italiana non ha mai elaborato una cultura del Welfare universale, di tipo nordico, che stende una rete sotto la quale nessun cittadino può cadere». Le principali considerazioni del giornalista sono queste: «Istruzione, cultura, salute non solo non vengono assicurate dal reddito di cittadinanza, ma potrebbero addirittura impoverirsi se le risorse usate dal governo (8 miliardi) fossero sottratte a un moderno sistema di Welfare…L’inclusione sociale non è una card ricaricabile. Soprattutto non lo è per i minori, il cuore del problema della coesione sociale…Non può prosperare un Paese con molti poveri e pochi occupati…».

REDDITO DI CITTADINANZA: IL MONITORAGGIO DELLA POVERTA’
Dario Di Vico parte dalle parole di Pasquale Tridico intervistato dal Corriere della Sera il 14 aprile: «Il reddito di cittadinanza andrà valutato per quante persone sottrarrà alla povertà e non solo per quante ne collocherà al lavoro». La platea di riferimento del governo appare ben definita: «I poveri e non i disoccupati». Poveri lontani dalla «cifra monstre di 5 milioni stimata dall’Istat. Sappiamo che l’Inps ha già ricevuto all’incirca 820-840 mila domande e che il tasso di accoglienza è del 75%. Alla fine avremo poco più di 600mila sussidi già bollinati». Le domande sono state presentate a nome di altrettante famiglie; se parliamo di persone, il numero si aggira su 1,650 milioni. Siamo distanti dai 5 milioni dell’Istat ma anche dai 3,5 milioni stimati dall’Inps. Però, conclude Di Vico, «con i dati provenienti dalle domande per il Reddito probabilmente faremo un passo avanti sulla strada del “conoscere per deliberare”, perché avremo un monitoraggio della povertà più veritiero».

 

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