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Migliorare la produttività si può: in azienda puntate su welfare e regolamento

image-productiviteDa che mondo è mondo, i conflitti caratterizzano la storia non solo della società, ma anche dell’attività lavorativa. Ma i conflitti sono davvero inevitabili? E quali sono le maggiori cause scatenanti? Lo abbiamo chiesto a Serafino Negrelli, che insegna Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro all’Università Bicocca di Milano e che ha fatto di queste problematiche la sua materia di studio.

serafino-negrelli«I modelli produttivi attuali – spiega il docente – prevedono un elevato grado di coinvolgimento da parte dei lavoratori, ai quali è richiesto un maggior numero di qualità rispetto a un tempo. Capacità relazionali, adattabilità, propensione a lavorare in team, creatività. Tutte caratteristiche, o richieste dal mondo del lavoro, che devono essere incentivate e stimolate dagli imprenditori. In caso contrario, possono nascere malcontenti, resistenze oppure atteggiamenti passivi».

Secondo lo European Working Conditions Survey (EWCS) di Eurofound (la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro), che dal 1995 ci dà ogni cinque anni una fotografia dettagliata delle condizioni lavorative nell’Ue, alla domanda “Il suo capo la aiuta e la sostiene?”, nel 30% dei casi gli intervistati italiani rispondono “mai” (la media europea è il 19%), mentre il 36% risponde “sempre” (media europea 58%).

Non bisogna dimenticare che un dipendente felice, è un dipendente che lavora meglio. «La nostra è una società terziaria, che implica anche il sapersi relazionare. Se c’è soddisfazione da parte del lavoratore, queste cose si fanno con soddisfazione, altrimenti possono subentrare forme di resistenza e noi ce ne accorgiamo anche come clienti. I lavoratori scontenti ci trattano meno bene e questo vuol dire che si abbassano la produttività dell’impresa e i suoi profitti».

Per andare incontro ai lavoratori, secondo Negrelli è necessario lavorare quindi anche sull’aspetto umano. «Come sociologo del lavoro so che ciò che conta di più è soprattutto l’informalità, rispetto alla formalità. Se le cose funzionano bene è perché l’azienda va oltre, cercando di coinvolgere con servizi alternativi, al di fuori dei contratti collettivi. Importa sempre più quella che oggi viene chiamata gestione delle risorse umane». Stiamo parlando di welfare aziendale e di tutte quelle misure che le imprese adottano per andare incontro alle esigenze dei propri collaboratori ma anche per regolare nel modo più chiaro e lineare possibile il modo di lavorare. Come con il regolamento aziendale, che chiarisce, definisce, crea certezze e permette di fare dell’impresa un luogo organizzato dove si pongono al centro efficienza ed efficacia. Ma anche la tutela dei propri collaboratori. Un Regolamento aziendale ben fatto, offre infatti garanzie a tutti perché i dipendenti sanno cosa ci si aspetta da loro e cosa ci si deve aspettare dall’azienda.

«Ci sono imprese illuminate che usano molto il welfare aziendale per coinvolgere i lavoratori offrendo servizi di pregio e non solo pensione e sanità integrative, ma anche asili nido, conciliazione vita-lavoro per le mamme, servizi sempre più personalizzati» conclude il sociologo del lavoro.

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