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Tra premi Inail e tasse locali, addio alla semplificazione

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RIDUZIONE PREMI INAIL: I RISPARMI NON SONO PER TUTTI
Purtroppo non è vero che il taglio dei premi Inail sarà un vantaggio per tutte le imprese. Il Sole 24 Ore ha la buona abitudine di rendere chiari i concetti con alcuni esempi di calcolo su diverse tipologie imprenditoriali. Un’azienda industriale dell’edilizia (retribuzione annuale imponibile su cui calcolare il premio Inail, 240mila euro) nel passaggio dal vecchio sistema a quello nuovo non avrà alcun vantaggio. Con il primo, il premio totale è di 23.637,97 euro; con il secondo, si sale a 26.664 euro. Per un’impresa artigiana inquadrata nel settore legno, con retribuzione annuale imponibile su cui calcolare il premio Inail di 150mila euro, un risultato positivo c’è: con il vecchio sistema il premio totale è di 16.693,48 euro; con il nuovo si abbassa a 16.665 euro. Insomma, i tassi si riducono sì in media del 30% ma, come abbiamo visto, alcune imprese risparmieranno mentre altre no.
Anche perché dal 1° gennaio 2019 «vengono meno il cosiddetto sconto “cuneo” previsto dalla legge 147/2013 (che il Dm 22 ottobre 2018 aveva fissato al 15,24%) – scrive Il Sole 24 Ore – e lo sconto ad hoc riservato al settore edilizia: questi due benefici si applicheranno soltanto alla regolazione 2018». Inoltre è stato abolito il premio supplementare per la silicosi e l’asbestosi, così come scende al 110 per mille il tasso massimo applicabile alle lavorazioni pericolose. L’Inail mette a disposizione delle aziende, in modalità telematica, le basi di calcolo per poter procedere all’adempimento entro il 16 maggio, data entro la quale si dovrà procedere anche al versamento – in un’unica soluzione – dei premi ordinari, dei premi speciali unitari artigiani e dei premi relativi al settore navigazione. Da precisare che i nuovi tassi valgono per la sola rata di anticipo del premio 2019.

COMUNI ALLA CARICA: AUMENTANO IMU, IRPEF E TASSA DI SOGGIORNO
Il Sole 24 Ore del Lunedì ha lanciato un sondaggio al quale hanno risposto 85 capoluoghi di provincia. L’inchiesta ha rilevato che, dopo tre anni di tregua, sono tornati gli aumenti per Imu (9,4% dei Comuni; quasi una città su dieci), addizionale Irpef (7,35%) e tassa di soggiorno (10,7%). Da sottolineare, però, che l’aumento dell’Imu, scrive il quotidiano, «riguarda in genere tipologie di immobili particolari, o utilizzi specifici, che beneficiavano di un regime di favore». Se diverse amministrazioni comunali hanno eliminato la Tasi accorpandola nell’Imu (i risultati immediati a livello di tax rate però non sono stati immediati), sono state poche le città che hanno ritoccato l’Irpef. La “preferenza” di tante amministrazioni va alla tassa di soggiorno. A tal punto che in alcuni capoluoghi, l’imposta debutta quest’anno: a Brescia, a Prato, a Sassari. Nel capoluogo lombardo, Milano, aumenta solo l’imposta di pubblicità: il prelievo di Imu, Tasi, Tosap (tassa di occupazione del suolo pubblico), imposta di soggiorno e addizionale Irpef resta al livello del 2018.

SEMPLIFICARE? LA VERA RIFORMA E’ QUESTA
Daniele Manca cura la rubrica “Il Punto” sull’Economia del Corriere della Sera. E oggi titola così il suo intervento: «Non se ne parla, ma semplificare è la vera riforma». In sintesi, il giornalista sostiene che il governo italiano vuole copiare quello che fanno gli altri Paesi europei, ma senza conseguire gli stessi risultati. Prende ad esempio la riforma del Codice degli appalti: «L’Italia, dopo aver promulgato una cervellotica normativa in materia, non riesce a uscirne». Beata Italia, che può affidarsi a imprese che non si arrendono mai. «Imprese – prosegue Manca – che hanno fatto passi da gigante nel concorrere e competere con i loro pari nel mondo…Si pensi solo all’uso che fanno delle risorse. Siamo un Paese che non può contare su materie prime. Questo ha fatto sì che le aziende riescano a usare in maniera più efficiente le risorse. Per ogni milione di euro prodotto usiamo materie prime per poco più di 250 milioni di tonnellate, contro una media europea superiore alle 450». Inoltre il nostro Paese ha a disposizione 122 miliardi di euro tra fondi di coesione e fondi europei, e non li sa spendere. A fare il resto ci pensano «i conflitti di competenza, un carico di norme eccessive, la burocrazia e i burocrati ostili agli investimenti». Chiude Manca: «Si va sempre alla continua ricerca di alibi per non affrontare la vera riforma alla base di tutte le altre: semplificare la vita a imprese e cittadini».

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