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Nella “democrazia fragile”, ci salveranno formazione e innovazione

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LA POLITICA SI ALLONTANA DALL’ECONOMIA…
A pochi giorni dal voto europeo – in Italia fissato a domenica 26 maggio – l’Italia scommette sui “fuochi d’artificio”. Quelli di una politica che, secondo Dario Di Vico sul Corriere della sera, «si è scissa dall’economia». E questa scissione deve essere ricomposta. Gli elettori, questa volta, nelle loro mani avranno una responsabilità mai avuta prima perché sono preoccupati: l’occupazione occupa il primo posto sul podio dei problemi. Il secondo va al welfare e il terzo all’immigrazione. Scrive Di Vico: «Chi vuole riconnettere economia e politica, e aprire un vero varco nel consenso dei partiti populisti, deve infatti saper sommare le inquietudini di Main Street e i timori di Wall Street. La nostra Strada Principale sta nelle preoccupazioni degli italiani per il lavoro o l’emigrazione dei figli, nelle incerte prospettive delle imprese che operano sul mercato interno, nel risparmio congelato nei conti correnti e persino nella paura delle tecnologie. La nostra Wall Street rimanda invece ai parametri di Maastricht e al soffocante peso del debito». La seconda parte del 2019, però, non promette niente di buono. Prosegue l’editorialista: «Di ripresa infatti se ne vede ben poca, già il Pil del secondo trimestre dovrebbe tornare in territorio negativo e i provvedimenti giallo-verdi come quota 100 e reddito di cittadinanza si saranno rivelati incapaci di produrre crescita. A quel punto, forse, si aprirà un nuovo capitolo della percezione che gli italiani hanno del legame tra la loro condizione e lo stato di salute del Paese. E vedremo le risposte che la politica saprà dare».

…GLI ITALIANI SI ALLONTANANO DALLA POLITICA: LA DEMOCRAZIA DIVENTA FRAGILE
Se è per questo, sembra che le frecce all’arco del nostro governo siano ben poche. Così la pensa una buona parte degli italiani. Mauro Magatti, sul Corriere della Sera, riflette su alcuni dati contenuti nel recente rapporto pubblicato dall’istituto americano Pew Research Center che ha indagato gli orientamenti della popolazione in 27 Paesi di tutto il mondo. Tre sono le questioni che «riguardano da vicino il nostro Paese». La prima: le istituzioni politiche sono, o non sono, in grado di ottenere risultati in termini di bene comune? Sono, o non sono, capaci di organizzare, in modo onesto e trasparente, ciò che è necessario per il buon funzionamento della società? La valutazione di quanto un Paese è, o non è, democratico si fa su questo. E la ricerca dice che, in media, «il 52% degli intervistati non è soddisfatto di come vanno le cose nel proprio Paese». La seconda riguarda «il nesso tra insoddisfazione verso la democrazia e condizione economica». Per intenderci: i cittadini più soddisfatti sono coloro che pensano di «trovarsi in una situazione economica positiva (77%)», mentre il 33% pensa di vivere in una situazione di svantaggio. Continua Magatti: «Il rischio è che coloro che si definiscono “democratici” siano, in realtà, i vincenti della fase storica che stiamo vivendo». La terza: la corruzione e la scarsa fiducia «nei confronti del ceto politico: il 70% del campione ritiene che i politici siano tutti corrotti». Ma il 43% pensa anche di «non poter esprimere liberamente il proprio pensiero», il 23% di non poter avere «un trattamento equo quando si ha a che fare con la giustizia» e il 28% di «non avere possibilità realistiche per migliorare la propria condizione di vita». Insomma, la democrazia è fragile anche perché «l’economia non riesce più a garantire un benessere diffuso».

EPPURE LE IMPRESE INVESTONO. FORMAZIONE E INNOVAZIONE AL PRIMO POSTO
Eppure, nonostante tutto, le imprese vanno avanti. Intesa Sanpaolo Forvalue, con Ipsos, ha deciso di «indagare gli obiettivi, i progetti e i bisogni futuri delle Pmi italiane intervistando un panel di circa 250 imprenditori», si legge su Mercato e Finanza. Il primo risultato è questo: le imprese di medie dimensioni si dimostrano più ottimiste delle altre e il loro stato di salute «è sostanzialmente stabile». Le priorità espresse dal campione sono quattro: aumento della reddittività, tenuta sui mercati e sui clienti, digitalizzazione e sviluppo delle competenze. Di conseguenza, «gli investimenti degli imprenditori nei prossimi due-tre anni andranno alla formazione, all’innovazione di prodotto, all’efficienza operativa e alla digitalizzazione». Per crescere, non vi è alcun dubbio, si dovrà scommettere su un capitale umano dotato delle conoscenze giuste (hard e soft skill) per utilizzare le nuove tecnologie. Ma data analytics, internet of things, cybersecurity «richiedono investimenti non solo in formazione tecnica ma anche legati all’innovazione di processo collegata al problem solving e al creative thinking». Da qui alla necessità di «aumentare le occasioni di incontro e scambio di esperienze tra aziende anche appartenenti a settori differenti», il passo è breve. Ma si deve fare.

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