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Una guida “rischio default”, il Fisco hi-tech e gli italiani che vogliono più Europa

Plenary session Week 3 2017 in StrasbourgElection of the President of the European Parliament

#RassegnaStampa

L’UE VISTA DALL’ITALIA E’ UN GRAN MISTERO
Il quotidiano “La Stampa” ha visitato parrocchie, scuole e teatri in tutta Italia per capire cosa ne pensano gli italiani dell’Europa. Da Roma verso Milano, da Napoli verso Torino il viaggio è stato ricco di sorprese. I dati, solitamente, sono una base sufficientemente realistica dalla quale partire per fare alcune riflessioni. E’ per questo che il quotidiano titola l’articolo «L’Ue vista dall’Italia è un gran mistero. Ma chi la conosce non l’abbandona più». Così tra il pre dibattito e il post confronto tra i giornalisti de “La Stampa”, gli analisti dell’istituto Affari Internazionali di Roma, il Centro Italo-Tedesco Villa Vigoni, i giovani (studenti o meno) e i cittadini si è misurata la distanza tra Bruxelles e le periferie dell’Unione. Ecco i primi risultati: a Roma, alla domanda “L’Italia ha bisogno di più o meno Europa?”, al pre dibattito si è registrato un 54% per “più Europa” e il 46% per il “meno”. Il post, invece, ha capovolto il risultato: il “+” è stato votato dal 42% mentre il “-” dal 58%. Segue un’altra domanda: l’Italia ha più o meno vantaggi a uscire dalla Ue? Qui, l’accordo tra pre e post dibattito è totale: alla fine, l’82% dei presenti vota per “meno vantaggi”. Alla platea di Milano si chiede se l’Europa arricchisce o impoverisce l’Italia. Ebbene, la Ue porta ricchezza per l’89% delle persone raggiunte. A Napoli, invece, la domanda è: “L’Italia del Sud ha bisogno di più o meno Europa?” Più, fortemente più, per l’88%. Il viaggio si chiude con Torino. L’Europa sa farsi amare abbastanza? Qui il divario tra il pre dibattito e il post è interessante: prima dell’incontro si registra un 30% per il sì e il 70% per il no. Una volta terminato il confronto, invece, i votanti a favore raggiungono quota 53%; i “no” scendono al 47%.

DALL’ABI, LA GUIDA CHE AIUTA A CAPIRE QUANDO L’AZIENDA RISCHIA IL DEFAULT
L’Europa può anche essere un problema, ma il credito lo è in egual misura. E’ per questo che l’Associazione Bancaria Italiana (Abi) ha dato alle stampe, con Confartigianato Imprese e altre associazioni di categoria, la guida a favore delle imprese per capire quando si rischia il default. La validità della guida Abi, sta nel rispondere alle domande ricorrenti che si fanno gli imprenditori. Alcuni esempi: quali sono le nuove disposizioni europee in materia di default? Come è definita la soglia di rilevanza relativa alle esposizioni in arretrato? L’eventuale default su una singola esposizione comporta l’automatico default di tutte le esposizioni in essere nei confronti della stessa banca? E’ consentita la compensazione degli importi scaduti con altre linee di credito non utilizzate dallo stesso debitore? Dopo quanto la banca può considerare l’impresa non più in stato di default? Cosa succede alle esposizioni che sono oggetto di misure di tolleranza?
La guida è in linea con il regolamento dell’Ue del 26 giugno 2013, n. 5751, sui requisiti di capitale delle banche, che «introduce – scrive Italia Oggi – specifiche disposizioni sul default di un debitore, dando mandato all’Autorità bancaria europea (Eba) di emanare le linee guida sull’applicazione della definizione di default e alla Commissione europea il compito di adottare un regolamento delegato sulla misura della soglia di rilevanza delle esposizioni in “arretrato”». Le banche che hanno una «rilevanza europea» dovranno notificare, prima del 1° giugno 2019, la data esatta dalla quale inizieranno ad applicare la soglia di rilevanza sulle esposizioni in arretrato. Secondo le nuove regole, «la banca è tenuta a classificare un’esposizione in default quando l’impresa è in arretrato da oltre 90 giorni su un’obbligazione creditizia rilevante. Inoltre, è sufficiente un ritardo su un pagamento di 500 euro per classificare un’esposizione in default di una grande impresa. Basta addirittura un ritardo di 100 euro per una Pmi o per un privato».

FISCO HI-TECH, MA LA DIGITALIZZAZIONE NON PIACE A TUTTI
Il Fisco ce la sta mettendo proprio tutta per aiutare cittadini e imprese: fatture e scontrino elettronici, dichiarazione precompilata, nuove app. Però gli applicativi devo essere sviluppati ulteriormente e gli italiani, non tutti, sono sensibili alla digitalizzazione. Il quotidiano “La Repubblica” fa alcuni esempi: la dichiarazione precompilata compie cinque anni ma, secondo le stime dell’Agenzia delle Entrate, ne sono state inviate solo 3 milioni su una platea potenziale di 30 milioni di contribuenti. La fatturazione elettronica, dal canto suo, non ha avuto un percorso facile ed ora si attende – partirà il prossimo 1° luglio – l’obbligo dello scontrino elettronico attraverso la procedura web gratuita fornita dall’Agenzia. Scrive “La Repubblica”: «L’Agenzia farà ampio uso di tecnologia anche dietro le quinte nel tentativo di scovare gli evasori fiscali. La cosiddetta Superanagrafe consentirà al Fisco di monitorare i conti correnti per effettuare raffronti e individuare spese che possano contraddire il normale tenore di vita, servendosi dei dati provenienti dal’Inps, istituti di credito, Poste e amministrazioni finanziarie».

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