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Home Usa contro Cina, ma anche l’Italia rischia. Per questo ci vuole un’Europa forte

Usa contro Cina, ma anche l’Italia rischia. Per questo ci vuole un’Europa forte

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L’EUROPA CHE VERRA’?  SCOPRITELA CON NOI A GALLARATE
Cambiare l’Europa che c’è? Si può fare. Ma partiti politici, cittadini e imprenditori si devono interrogare prima di tutto sul “come”. La scadenza del 26 maggio si avvicina, e Confartigianato Imprese Varese ha deciso di capirne qualcosa in più: come si comporteranno gli schieramenti? Quali chance avranno i sovranisti? Chi è a favore dell’Europa, cosa farà? Infine: quali le mosse a favore delle piccole e medie imprese europee? Ne parliamo oggi, martedì 7 maggio, dalle 18.30 nella sede di Gallarate in viale Milano 69. A chiarire le dinamiche geopolitiche europee, ci saranno i professori Carlo Altomonte della Bocconi ed Emilio Colombo della Cattolica. Mai come in questo momento storico è importante affrontare il discorso europeo da diverse prospettive e con un coinvolgimento maggiore. Partendo proprio dalle parole di Altomonte: «Un’Europa così non serve, ma questo non vuol dire che non serva l’Europa. Anzi, resta l’unica soluzione possibile in un mondo basato sui rapporti di potenza tra i vari Paesi. Senza l’Europa, e senza la condivisione di obiettivi comuni, i singoli Paesi rischiano di essere sempre più preda degli interessi di altre nazioni e di non poter più garantire i servizi pubblici essenziali: crescita, occupazione, sicurezza e difesa dei confini».

IL VOTO EUROPEO: QUANDO I CITTADINI POSSONO CAMBIARE LE REGOLE
Federico Fubini ha scritto un piccolo libro dal titolo confortante: «Per amor proprio». Il sottotitolo è ancora più motivante: «Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa (e di vergognarsi di sé stessa)». Ecco, ci sono parole non dette o che non sentiamo in campagna elettorale e altre, invece, che riempiono le giornate. E sono queste: odiare e vergognarsi. Come scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera, «Fubini alla pancia sostituisce un ragionamento, e dunque la testa…E alla pura emozione sostituisce una riflessione: visto che nel sistema monetario europeo ci dobbiamo restare, perché non cercare di farlo funzionare meglio?». Nel dibattito entra anche Angelo Panebianco, quando afferma che «sull’Europa ci si divide: moltissimi europei continuano a non sapere quasi nulla di come funzionano le istituzioni dell’Unione, di cosa andranno a fare gli eletti al Parlamento da loro stessi votati». Il 26 maggio, circa 400 milioni di cittadini avranno la possibilità di dare una guida e di fornire qualche suggerimento a chi li dovrà governare in Europa: questo pomeriggio, a Gallarate, qualche suggerimento lo darà anche Confartigianato Imprese Varese.

TENSIONI CON LA CINA, MA L’ECONOMIA AMERICANA TIRA
Parlare di Europa per avere un’Europa più coordinata e forte, è più che mai attuale. Donald Trump ha innalzato i dazi, dal 10 al 25%, su circa 200 miliardi di importazioni dalla Cina. E minaccia di estendere «a breve» lo stesso prelievo su altri 325 miliardi di merci (nella speranza che le sanzioni non arrivino mai sulla Ue). La perdita nella bilancia commerciale statunitense, all’anno, va dai 600 agli 800 miliardi di dollari; con la Cina, gli Stati Uniti perdono 500 miliardi. L’accordo, però, si troverà perché questa decisione – come dice il politologo Ian Bremmer dalle colonne del Corriere della Sera – «colpisce molto di più l’economia cinese rispetto a quella americana. Penso che Xi Jinping farà il possibile per evitarla. Inoltre, quello che preoccupa industrie e parlamentari americani non è il deficit commerciale con la Cina. Sono, invece, la tutela della proprietà intellettuale e un accesso più facile al mercato cinese». Fatto sta che l’economia americana sta battendo tutte le previsioni: lo scrive il Corriere della Sera. Crescono export e Pil (rispettivamente +3,7% e +3,2%), la produttività è in ripresa e così l’occupazione con 263mila posti di lavoro in più ad aprile con il tasso di disoccupazione ulteriormente calato dal 3,8 al 3,6%. Insomma, «il protezionismo, globalmente dannoso, può anche portare qualche vantaggio al Paese che ha il mercato più grande del mondo: ma questo va a scapito del rapporto dell’America con alleati e amici».

CON I DAZI AMERICANI, DOVRA’ FARE I CONTI ANCHE L’ITALIA
Da Repubblica: «La guerra dei dazi rischia di diventare uno shock». Anche per l’Italia. Al nostro Paese, questa guerra è già costata lo scorso anno 1,7 miliardi. E se scoppierà su tutti i fronti, il pedaggio potrebbe salire a 8,5 miliardi entro il 2021: Pil in caduta, spread in salita, rincaro dei mutui, meno esportazioni, meno investimenti delle multinazionali dall’estero. Le tensioni generano incertezza, anche su imprese e famiglie. Prosegue il quotidiano: «Il nostro Paese vende all’estero il 50% di quello che produce. Uno studio interno di Prometeia stima (nello scenario peggiore di un conflitto tariffario globale) un calo delle esportazioni italiane del 2%: circa 9 miliardi. Già oggi, la crescita dell’export verso gli Stati Uniti è passata dal +8,6% del 2017 al +5% del 2018. Quella verso la Cina, invece, dal +15,7% al -1,4%. In caso di conflitto commerciale limitato al fronte Usa-Cina, vincerebbero le piastrelle, la moda di fascia media, il tessile e la meccanica italiana (che diventerebbero più competitivi negli States rispetto ai rivali di Pechino). A perdere sarebbe, invece, la componentistica auto. Se scoppia il conflitto commerciale globale, invece, molti cavalli di battaglia del Made in Italy sarebbero a rischio: il Prosecco e il Campari, Leonardo che faticherebbe a vendere i suoi elicotteri, l’olio d’oliva, il pecorino (i 2/3 della produzione vanno negli Usa). Il 50% dei 4,3 miliardi di prodotti alimentari venduti agli Usa sarebbe colpito da dazi».

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