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I cambiamenti ci investono: dall’Europa alla tecnologia, il 2019 è un ciclone da raccontare

imprese-e-territorio-new_n-03-2019In questo magazine parliamo di cambiamenti. Quelli che abbiamo già compiuto (nella neo Europa uscita dal voto, per esempio) e quelli che dobbiamo ancora fare per migliorare l’accesso delle Pmi ai bandi di Bruxelles, per avvicinarci alla rivoluzione dell’economia circolare, per avviare una relazione equilibrata, ed etica, con l’innovazione, per modificare le modalità di accesso al credito. Impresa, tecnologia, Europa e mondo sono le parole chiave dei mutamenti che dobbiamo prepararci ad affrontare perché riguardano tutti noi. Iniziamo dal primo approfondimento, l’Europa (e non solo): da leggere l’editoriale del nostro Spectator.

Come sarà l’Unione europea nel 2020? Certamente diversa, per molti aspetti, da come è stata negli ultimi anni. Diversa politicamente, perché le elezioni di fine maggio richiederanno una maggioranza diversa e più ampia di quella tradizionale tra popolare e socialisti. Diversa strutturalmente, perché la Gran Bretagna (salvo sempre possibili sorprese) se ne andrà a fine ottobre dopo un processo lungo e difficile che peraltro ha dimostrato come la Ue sia qualcosa di diverso e di più impegnativo di un circolo del golf da cui si può uscire consegnando le chiavi dell’armadietto, e magari pagando le quote arretrate. Diversa economicamente perché, al di là del caso italiano, dovranno comunque essere ridiscussi trattati e parametri decisi ed approvati in tempi sostanzialmente differenti.

Il 2020 peraltro è un anno particolare. E’ il punto di arrivo, ma insieme punto di nuova partenza, infatti di quella strategia “Europa 2020” concepita per puntare ad una crescita “intelligente, sostenibile e inclusiva”. Con obiettivi sul fronte dell’occupazione, della ricerca e sviluppo, dei cambiamenti climatici e dell’energia, dell’istruzione, della lotta alla povertà. Per un’economia della qualità quindi, un’economia che considera i numeri e le monete come strumenti, in una logica invece di sviluppo nel rispetto dei valori sociali e ambientali.

Pur senza clamori, e fortunatamente, anche senza troppe polemiche, molti passi avanti sono stati compiuti in questa direzione. Con un’Italia per molti aspetti ancora in ritardo (basti pensare al tasso di occupazione fermo attorno al 65% contro un obiettivo europeo del 75%) , ma che per altri ha saputo mettere a frutto azioni e strategie positive. E’ il caso dell’economia circolare dove proprio l’Italia, come afferma l’ultimo rapporto del “Circular economy network” e dell’Enea è al primo posto tra le grandi economie europee precedendo Regno Unito, Germania, Francia e Spagna.

Non è un risultato da poco anche perché costituisce un segnale importante nella capacità competitiva delle imprese. In un paese povero di materie prime e di fonti energetiche infatti far diventare il tradizionale rifiuto una nuova materia prima costituisce il duplice vantaggio di ridurre i costi e garantire una migliore tutela ambientale. Per raggiungere questi obiettivi la buona volontà delle imprese è condizione necessaria, ma non certo sufficiente. E’ indispensabile quello che l’Ue ha fatto: un piano di azione con  una logica innovativa complessiva sia sul piano tecnologico, sia su quello organizzativo, sia per gli aspetti normativi, sia per quelli finanziari: quindi sollecitando una sensibilità e una volontà comune a livello europeo di Stati membri, regioni, città, imprese e cittadini.

La dimensione europea appare fondamentale in una prospettiva che coinvolge altri campi dove la provincia di Varese può avere un ruolo da protagonista. Basti ricordare tre tra i dieci punti di forza messi in luce dalla ricerca di The European House – Ambrosetti per Confartigianato Imprese Varese: la presenza del Centro di ricerca di Ispra, il ruolo strategico di snodo di connessione tra l’Europa continentale e l’Italia settentrionale e la leadership sullo sviluppo sostenibile. Come dire: senza l’Europa della concretezza non si va molto lontano.

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