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Ecobonus, il no delle imprese a rischio default: in ballo ci sono 1.862 milioni di euro

shutterstock_128870053-huisje-gras-groen-2000x1200Mezzo milione di micro e piccole imprese e un milione e 200mila addetti, vale a dire l’89% degli occupati nel settore: ha un peso che il legislatore non può sottovalutare la protesta delle Pmi del settore casa, da giorni sul piede di guerra contro l’opzione dello sconto in fattura introdotto dall’articolo 10 del Decreto Crescita. Una nuova modalità di utilizzo delle agevolazioni fiscali per gli interventi connessi all’ecobonus e al sismabonus che ha acceso la miccia della preoccupazione.

In ballo ci sono grandi numeri: nel 2018 le detrazioni per ecobonus hanno veicolato investimenti per 3.331 milioni di euro, da aggiungere ai 25.296 milioni di euro per il recupero edilizio. Totale: 28.627 milioni di euro di investimenti con incentivi fiscali.

Gli investimenti sostenuti dall’ecobonus valgono l’11,7% del totale incentivato mentre il mercato sostenuto dall’ecobonus complessivamente vale il 6,6% degli interventi di manutenzione straordinaria sugli edifici residenziali

A conti fatti, sempre nel 2018, gli interventi eseguiti sfruttando l’ecobonus sono stati 334.846: il 37,1% ha riguardato i serramenti, il 16,9% caldaie a condensazione, il 15,9% pareti verticali, il 14,5% pareti orizzontali, il 6,7% pompe di calore, il 3,8% schermature solari e l’1,1% solare termico. Solo lo 0,5% è stato indirizzato a formule di building automation.

In un mercato così complesso, dove l’apporto delle piccole e medie imprese è sostanziale, l’articolo 10 del Decreto Crescita, con l’introduzione di uno sconto immediato, in misura corrispondente alla detrazione fiscale, applicato sull’importo dell’intervento, rischia di compromettere l’equilibro. Anche perché lo sconto viene rimborsato all’impresa sotto forma di credito d’imposta, utilizzabile solo in compensazione, in cinque quote annuali di pari importo.

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato nel Bollettino pubblicato il primo luglio ha già rilevato che la norma in esame, nella sua attuale formulazione, «appare suscettibile di creare restrizioni della concorrenza nell’offerta di servizi di riqualificazione energetica a danno delle piccole e medie imprese, favorendo i soli operatori economici di più grandi dimensioni».

Su base annua l’importo delle detrazioni – che delinea il perimetro dello sconto applicato dalle imprese nell’ipotesi in cui tutti i clienti lo utilizzino – ammonta a 1.862 milioni di euro per la riqualificazione energetica (12,8% del totale), con una quota media di detrazione del 55,9%.

L’esame di un caso di una impresa tipo mette in luce i rilevanti effetti distorsivi dell’intervento. Abbiamo preso a riferimento nel settore delle costruzioni – che comprende imprese dell’edilizia, installazioni di impianti, posa in opera di infissi ed altri lavori specializzati – una impresa di cinque addetti, il titolare e quattro dipendenti. Si tratta di una impresa che rientra nella classe di addetti – tra 2 e 9 addetti – più numerosa del settore, nella quale si colloca il 42,5% degli addetti del comparto.

Sulla base dei dati sulla struttura delle imprese dell’Istat l’impresa in esame ha un fatturato di 403 mila euro. Tenuto conto della redditività media della classe di volume d’affari dell’impresa-tipo desumibile dalle statistiche fiscali del Mef sulle imprese persone fisiche, abbiamo messo a confronto nell’arco di un quinquennio l’importo da scontare alla clientela e gli importi relativi a imposte dirette, indirette e contributi che possono essere compensati.

Nel caso in cui ristrutturazioni e interventi per efficienza energetica pesino per il 50% del fatturato dell’impresa si evidenzia che la norma, dal quarto anno, mette fuori mercato la nostra impresa tipo. Tra Irpef sul reddito del titolare, ritenute versate per i dipendenti, contributi previdenziali del titolare e dei dipendenti, Irap e versamenti Iva (che nelle costruzioni sono mediamente il 2,2% del volume d’affari), la Pmi versa all’Erario oltre 70 mila euro all’anno. Nei primi tre anni lo sconto praticato ai clienti è inferiore alle somme versate all’Erario, consentendo il completo recupero da parte dell’impresa. Già dal quarto anno questa condizione non si verifica e l’impresa è costretta, per quell’anno, a rinunciare all’86,9% degli interventi incentivati; e nel quinto anno la rinuncia per incapienza è totale. Nell’arco dell’intero quinquennio la riduzione del fatturato sul segmento interessato dalle detrazioni fiscali è del 37,4%.

Il risultato della simulazione rende evidente come rilevanti segmenti di mercato oggi presidiati delle piccole e medie imprese fluirebbero con facilità – purtroppo in termini anticoncorrenziali come evidenziato dall’Antitrust – verso imprese di grandi dimensioni, che presentano rilevanti importi di pagamenti nei confronti dell’erario e sono dotate di una adeguata capacità finanziaria per far fronte allo sconto in fattura.

Lo spazio di mercato si spalancherebbe anche a settori diversi da quello dalle costruzioni, come quello delle utilities, caratterizzate da una maggiore presenza di grandi imprese pubbliche: sulla base dei dati strutturali delle imprese dell’Istat nel settore della fornitura di energia elettrica, gas e utilities (D e E Ateco 2007) le medie e grandi imprese a partecipazione pubblica concentrano il 51,1% dell’occupazione dell’intero settore di energia e utilities. In questa prospettiva si concretizza il paradosso di norme orientate alla ‘crescita’ che, invece di sostenere le piccole imprese private delle costruzioni – che a seguito della crisi del settore hanno perso 238mila occupati in cinque anni pari al 17% in meno – rischiano di generare ulteriori spazi di rendita di posizione a grandi imprese pubbliche.

Per tutte queste ragioni, nei giorni scorsi Confartigianato ha messo nero su bianco una segnalazione indirizzata all’Autorità per la Concorrenza e il Mercato. «L’idea, per quanto bella e suggestiva, di un ecobonus scontato direttamente in fattura non è praticabile e rischia di alimentare una domanda che non potrà essere soddisfatta e che, se si sommerà ad altri provvedimenti, genererà un problema di liquidità non facilmente superabile» si legge tra le altre cose nel documento.

«A questo proposito – conclude Merletti – esprimiamo l’auspicio che l’attuale impostazione possa essere rivista al più presto onde prevenire l’insorgere delle distorsioni messe in evidenza e prima che l’Agenzia delle Entrate intervenga emanando il prescritto provvedimento di attuazione».

Vale la pena ricordare, che la detrazione per il risparmio energetico consente di beneficiare di uno sconto Irpef che oscilla tra il 50 e il 65% delle spese sostenute, a seconda della tipologia di intervento. La percentuale sale fino al 75% nel caso di lavori in condominio.

Le spese ammesse dall’ecobonus – Detrazione, o sconto, del 50%
sostituzione di finestre comprensive d’infissi;
schermature solari;
caldaie a biomassa;
caldaie a condensazione purché abbiano con efficienza media stagionale almeno pari a quella necessaria per appartenere alla classe A di prodotto prevista dal regolamento (UE) n.18/2013. Le caldaie a condensazione possono, tuttavia, accedere alle detrazioni del 65% se anche dotate di sistemi di termoregolazione evoluti appartenenti alle classi V, VI o VIII della comunicazione della Commissione 2014/C 207/02.

Le spese ammesse dall’ecobonus – Detrazione, o sconto, del 65%
interventi di coibentazione dell’involucro opaco;
pompe di calore;
sistemi di building automation;
collettori solari per produzione di acqua calda;
scaldacqua a pompa di calore;
generatori ibridi, cioè costituiti da una pompa di calore integrata con caldaia a condensazione

Le spese ammesse dall’ecobonus – Detrazione, o sconto, del al 70 o 75%
interventi di tipo condominiale per le spese sostenute dal primo gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 con il limite di spesa di 40mila euro moltiplicato per il numero di unità immobiliari che compongono l’edificio.

Il limite massimo detraibile è pari a 100mila euro per gli interventi di riqualificazione energetica; 60mila per gli interventi sull’involucro dell’edificio; 30mila euro per la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale o installazione di impianti dotati di caldaie a condensazione, pompe di calore ad alta efficienza e impianti geotermici a bassa entalpia; 60mila euro per l’installazione di pannelli solari utili alla produzione di acqua calda per usi domestici o industriali e per la copertura del fabbisogno di acqua calda in piscine, strutture sportive, case di ricovero e cura, istituti scolastici e università.

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