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Innovazione in azienda: siamo zombi, rane bollite o imprenditori?

frog-10-3-reduced6Fare impresa, oggi come ieri, vuol dire rispondere positivamente a una serie di sfide da leggere non come ostacoli da superare, ma come elementi che rappresentano il cuore stesso dell’essere imprenditore. A partire dal rapporto con le nuove tecnologie. Ne abbiamo parlato con Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di Strategy and Entrepreneurship presso la Bocconi University School of Management nonché voce de “I conti della belva” su Radio24.

Professore, siamo dinosauri o rane bollite? Ovvero: siamo realmente rane bollite, mutuando Chomsky, rispetto a un’evoluzione digitale che sta arrivando? E come possono fare le Pmi per evitare di fare questa fine?
Il digitale è una fiamma accesa sotto alla pentola del vecchio brodo, per restare alla nostra similitudine. Rimanere immersi in esso è consolante, ma ricordo che storicamente l’artigianato ha dovuto far fronte alle rivoluzioni industriali. La storia economica ci insegna che l’arrivo di nuovi cicli di innovazione tecnologia spiazza i processi produttivi arretrati. E ostinarsi a non capirlo sarebbe come aver voluto difendere carrozza e cavallo quando arrivò Henry Ford a cambiare i paradigmi.

Il concetto di “bollitura” vuol dire quindi rifiutare la tecnologia, quando questa altro non è che un mero cambiamento di logica produttiva. Sarebbe come rifiutare il telaio meccanico o l’energia elettrica. Non è ammissibile che l’imprenditore nutra pregiudizi verso la tecnologia, è contraddittorio rispetto alla sua stessa natura. L’imprenditore è soggetto neutro rispetto ai mezzi, semmai deve essere impegnato rispetto ai fini, cioè come utilizzare capitale, lavoro e tecnologia sulla base delle proprie intuizioni imprenditoriali. Ma non deve e non può mai essere contrario a prescindere. Rifiutare ideologicamente una tecnologia vuol dire smettere di fare l’imprenditore. Prima ancora di essere “bollito”, quindi, sei uno “zombie”, non hai capito che fare impresa è un atto di laicità e di coraggio tecnologico e industriale. Non possiamo rifiutare l’elettricità per restare alle candele. Oggi internet è l’elettricità dell’informazione, e lo sappiamo da 40 anni, non da due minuti. È finito il tempo in cui occorre dirsi che vanno educati gli artigiani alle nuove tecnologie. A chi rifiuta l’innovazione va detta una sola cosa: avete abdicato alla missione a cui avete giurato fedeltà, che è quella di fare impresa. Non è questione di predisposizione culturale, simpatia o antipatia: per chi fa impresa l’uso della tecnologia è una necessità imposta dalla scelta preliminare proprio di fare questo mestiere. È ancora assolutamente possibile oggi creare ottimi oggetti a mano in modo quintessenzialmente “artigianale”, ma si può comunque usare internet per promuoverli o venderli. Lo dico chiaramente: l’imprenditore ha l’obbligo della neutralità rispetto alla tecnologia, se non riesce a distinguere il fine dai mezzi che usa è già bollito… ma non lo sa ancora.

Lei ha detto che le imprese italiane sopra i dieci dipendenti sono più produttive di quelle tedesche. Ciò che frena l’efficienza del Paese, in un certo senso, sono le microimprese. Ma micro non è sinonimo di improduttivo. Il problema, forse, è la carenza di tecnologie, organizzazione cultura e competenze. Cosa ne pensa?
Non sono certo io, ma dati dell’Ocse, a dimostrare che il legame tra dimensione e produttività non è univoco. Esistono molti casi di piccole imprese più produttive di quelle grandi, pensiamo all’Inghilterra e alla Danimarca. Quindi non è la dimensione in sé a spiegare il gap di produttività, quanto piuttosto il modello organizzativo d’impresa. Affermo sempre, ad esempio, che “i dipendenti sono come le azioni: non si contano, si pesano”, citando con il dovuto rispetto Enrico Cuccia. Perché il problema non è quanti dipendenti hai, ma come li organizzi: il loro numero è il risultato del perimetro d’impresa, ma come organizzarli no, è piuttosto una responsabilità dell’imprenditore. Perciò se le microimprese sono improduttive, e questo è un fatto, non dipende dalla loro dimensione, ma ciò accade perché l’imprenditore non sa dimostrarsi adeguato, avendo lui l’obbligo per ruolo, di garantire la produttività. E quando i numeri dicono che non riesce a farlo, è uno schiaffo al nobile mestiere di fare impresa. Non bisogna quindi difendere le Pmi in quanto tali, ma sfidarle ad accrescere la produttività. Non basta dire “siccome sono una piccola impresa, allora…”. L’efficienza e la produttività delle microimprese devono tornare a essere una sfida dell’imprenditore; non attribuiamo quindi a fattori esterni, che non sono cause ma piuttosto effetti, una responsabilità che deve assolutamente essere sulle sue spalle. E ancora: essere artigiani non è certo una scusa per rimanere relativamente inefficienti: la dimensione ridotta non giustifica in alcun modo la mancata adozione dei moderni strumenti di ausilio alla produttività, individuale e organizzativa. La tecnologia, d’altronde, è ormai facilmente disponibile. Per esempio, ci sono minime differenze di costo e di complessità nell’accedere a servizi cloud, dalla capacità di elaborazione “on demand” fino alle più recenti applicazioni di intelligenza artificiale, sia che si tratti di un colosso sia che si stia parlando di una piccolissima azienda di provincia.

Ancora oggi, in Italia, abbiamo imprese troppo padronali e spesso è difficile trattenere i “cervelli”. Come invertire questa tendenza?
Il cervello è una “materia prima” di grande qualità. Se pensi di poterlo pagare poco, vuol dire che non vuoi realizzare un prodotto a sua volta di qualità. Usando farina scadente, i biscotti non possono essere eccellenti. Chi paga poco il lavoro si renda conto che la sua pretesa di parlare di qualità ai propri clienti non ha fondamento economico. Circa la dimensione padronale, la differenza tra il padrone e l’imprenditore è tutta nel ruolo manageriale. L’imprenditore è per eccellenza l’anti-padrone, considera il capitale una risorsa flessibile mentre il padrone la considera una risorsa privata, e dice “non si tocca perché è il mio, solo mio, e di nessun altro”, insomma fa dipendere le dimensioni dell’impresa dal vincolo del controllo assoluto sul capitale proprio. Il padrone quindi, non è tecnicamente un imprenditore, in quanto inverte il senso dei vincoli: per l’imprenditore il capitale non è un vincolo intoccabile ma una variabile dipendente, ovvero una risorsa da usare in quantità e struttura coerente con la strategia d’impresa. Si crea un circolo vizioso se combiniamo quanto detto all’idea secondo cui il lavoro altrui non può costare più di quanto costi quello del “padrone”, o quello di suo figlio, se non quello dell’amante che vuol portarsi in ufficio. In tal modo, in primis, il capitale in cerca di investimenti non verrà mai a cercarti, e così pure i migliori talenti professionali, perché non hai l’apertura giusta per coinvolgerlo e fidelizzarlo. Blocchi da un lato i capitali e dall’altro il lavoro, in quanto non vuoi perdere il controllo assoluto e pretendi di tenere in azienda parenti incapaci. In sostanza, stai tenendo a distanza i due fattori che fanno grande imprenditorialmente l’azienda. L’impresa rimane piccola, perché la tua ambizione è piccola.

Come facciamo a raccontare meglio ciò che è oggi l’artigianato per avvicinare i giovani?
Attenzione: i giovani sono già attratti dall’artigianato, solo che parliamo di un artigianato di natura diversa. Tutte le startup e le piccole imprese di servizi sono, in fondo, artigianato di servizi. Lì l’assenza di pregiudizio dei “nuovi” artigiani rende più facile l’osmosi tra artigianato e grande impresa, e così si verificato giustamente acquisizioni, integrazioni, inserimenti in gruppi più grandi. I giovani oggi si avvicinano a un tipo di artigianato diverso. Forse non si è compreso appieno che questo ambito ha cambiato pelle. Tutto il terziario avanzato nasce in un contesto artigianale: se devo scrivere software, ad esempio, all’inizio faccio un lavoro molto artigianale; solo in seguito, crescendo e adottando metodi e tecniche che consentono di ottenere economie di scala, divento industria. La difficoltà a reperire giovani per la propria azienda? Forse, semplicemente, l’imprenditore non è ancora riuscito a trasformare la propria realtà in un qualcosa che sia a misura delle nuove generazioni. Diciamocelo: vi sono centinaia di migliaia di giovani che vanno a lavorare in piccole realtà del terziario avanzato. E magari con stipendi iniziali non diversi da quelli che offre l’artigianato. Ma là il giovane coltiva insieme all’imprenditore l’ambizione di crescere in modo rapido, sia professionalmente che in termini economici. Dare la colpa ai giovani per la mancanza di attrattività della propria azienda, in fondo, è il modo perfetto per ammettere la propria incapacità. I giovani vanno attirati esattamente come accade per le materie prime di qualità: con processi produttivi in grado di esaltarli. Se vuoi il burro migliore per fare il biscotto migliore non solo devi pagarlo, ma devi avere reputazione e processi adeguati. Realizzare biscotti scadenti fa perdere reputazione anche a chi ti ha dato il burro… La materia prima di qualità te la devi meritare, pagarla il giusto è uno dei componenti fondamentali, per quanto non certo l’unico. Non avendo a valle un processo di valore, chi offre i migliori fattori produttivi – di qualsiasi natura essi siano: capitale, competenze, componenti tecnologici – non ha l’incentivo a impegnarsi e quindi a correre un rischio economico e reputazionale.

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