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L'”American First” rallenta la corsa tedesca. Ma il Made in Italy resiste…

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Se c’è poco carbone per alimentare la potenza, la locomotiva si ferma. Il carbone, in questo caso, è la capacità di crescere e di essere all’altezza delle sfide globali contemporanee; la locomotiva, lo avrete immaginato, è la Germania. Che non è più quel treno ad “alta velocità” di qualche anno fa.

DOPO LA CINA, TRUMP MIRA ALLA GERMANIA
L’incertezza causata dalla guerra dei dazi Usa-Cina e Usa-Europa, la frenata (per modo di dire) della crescita dell’economia cinese, la globalizzazione che si sta sgonfiando, l’interrogativo sulla Brexit e la rivoluzione tecnologica in atto anche nel settore delle auto (la e-mobility, la guida autonoma e i motori ibridi e elettrici) stanno mettendo in crisi il modello industriale teutonico. Le voci degli economisti, però, sono discordanti: il settore manifatturiero è in «recessione industriale» ma Philipp Scheuermeyer – economista della KFW, la Cdp tedesca, raggiunto dal Sole 24 Ore – dice che «il mercato del lavoro tedesco è più stabile della produzione…un terzo dei posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni proviene da sanità, assistenza sociale, scuola e pubblica amministrazione. E gli ultimi importanti annunci di esuberi nelle grandi imprese manifatturiere, coincidono con la carenza di personale qualificato in altri settori».

IL MANIFATTURIERO: NEI PROSSIMI ANNI, A CASA QUASI 47MILA LAVORATORI
Per l’appunto, i tagli. Lasciando stare le banche (che stanno lavorando su maxi-piani di ristrutturazione con licenziamenti o pre-pensionamenti di decine di migliaia di collaboratori: Deutsche Bank e Commerzbank in prima fila), i big del manifatturiero tedesco stanno sfoltendo la forza lavoro in modo importante: Volkswagen, Daimler, Bmw, Basf, ThyssenKrupp, Siemens, Sap, Bayer. Tra tutte, si parla di una riduzione (annunciata o in fase di attuazione) di circa 47mila lavoratori. Però Marcel Fratzscher, a capo del think tank Diw dice, al quotidiano economico, che «l’economia tedesca resta robusta e continuerà a creare posti di lavoro per compensare gli esuberi». In Germania «le leggi sul lavoro sono stabilizzatori sociali e le imprese, a causa della carenza di personale qualificato, licenziano meno nel timore di non ritrovare la manodopera con la ripresa». Samy Chaar, economista di Lombard Odier, la pensa diversamente. Il modello basato su competitività ed export «non funziona più. Ci vogliono riforme strutturali coraggiose per irrobustire la domanda interna con più investimenti in infrastrutture, educazione, formazione, tecnologia e digitale».

IL MADE IN ITALY: IN UN MINUTO 150MILA EURO DI EXPORT IN GERMANIA
Scrive il Sole 24 Ore: «Centocinquantamila euro: poco più di un minuto basta alle nostre aziende per esportare questa cifra in Germania». Nel 2018, il valore del Made in Italy arrivato su suolo tedesco è stato di 58 miliardi di euro: Berlino si aggiudica la prima posizione tra i mercati di sbocco dei nostri prodotti. Un 12,6% rispetto alle vendite totali oltreconfine. Che diventa un 20% per i prodotti in metallo. Allora, crisi sì o no? Il mercato dell’auto, a dire la verità, qualche oscillazione l’ha avuta e ce l’ha tutt’ora: nel mese di giugno, la produzione di vetture in Germania «si è ridotta del 24%, peggiorando il bilancio del primo semestre 2019. Un’emorragia del 12% che vale un taglio di 340mila vetture. Che, ovviamente, si traduce in un numero ridotto di motori, getti in ghisa e alluminio, cerchi in lega, antenne, bulloni, impianti frenanti, loghi e stemmi». Uno più uno fa due: i volumi nell’export della meccanica italiana sono così diminuiti dello 0,4% nel primo trimestre. Calo delle commesse, d’accordo, ma il nostro export resiste: «Nei primi cinque mesi del 2019, l’Istat registra verso la Germania un progresso del 2,7%, non troppo distante dalla crescita media del 4% che caratterizza l’export italiano».

L’INDICE PMI DELLA GERMANIA: AI MINIMI DA 7 ANNI
Dunque, nessun allarmismo. Neppure di fronte all’indice Pmi manifatturiero della Germania comunicato dalla società Ihs Markit, «crollato a quota 43,1 punti contro i 45 punti di giugno: una delle contrazioni più importanti dalla crisi del 2009 – scrive Borsainside.com -. Il nuovo scivolone fa allontanare ancora di più l’attività manifatturiera della Germania da quota 50, livello che rappresenta lo spartiacque tra contrazione ed espansione. L’indice PMI manifatturiero tedesco è precipitato ai minimi da 7 anni, e questo crollo alimenta il timore che l’economia della Germania possa sprofondare in piena recessione». I segnali di preoccupazione non mancano, anche perché l’indice composito che misura il manifatturiero e i servizi nell’area Euro, nel mese di luglio è sceso a quota 51,5 punti dai 52,2 punti di giugno: «Il motto American First di Trump sta dando i suoi frutti, e a pagare un alto prezzo è anche la parte più produttiva dell’area Euro». Come afferma Phil Smith, economista della Markit: «Per la Germania, aumenta il rischio di entrare in una moderata recessione tecnica».

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