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No allo “sconto” dell’ecobonus: non mettete a rischio ottomila piccole imprese

bonus_5bdc33dbf008eEcobonus, la rivoluzione dello sconto in fattura scontenta le piccole e medie imprese che, in provincia di Varese, rappresentano la quasi totalità del settore costruzioni (99,9%).

A far scattare la protesta di circa ottomila aziende del territorio (tante sono quelle con meno di 50 dipendenti) è quanto previsto dall’articolo 10 del Decreto Crescita che introduce una nuova opzione per usufruire delle agevolazioni fiscali per gli interventi connessi all’ecobonus e al sismabonus.

Si tratta dello sconto immediato, da rimborsare all’azienda sotto forma di credito di imposta utilizzabile solo in compensazione, in cinque quote annuali di pare importo. Sulla questione nei giorni scorsi era scesa in campo anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato facendo rilevare che la norma «appare suscettibile di creare restrizioni della concorrenza nell’offerta di servizi di riqualificazione energetica a danno delle piccole e medie imprese, favorendo i soli operatori economici di grandi dimensioni».

«Una posizione che condividiamo su tutta la linea e rilanciamo con forza» interviene il presidente di Confartigianato Imprese Varese, Davide Galli, preoccupato per i danni che la scelta del legislatore rischia di arrecare a un settore che in provincia occupa 17.274 addetti, vale a dire il 96,5 del totale, e che «purtroppo, negli ultimi anni ha già pagato un prezzo salatissimo alla crisi, perdendo il 4% degli occupati».

Troppi per non alzare il cartellino rosso e chiedere una retromarcia immediata. Anche perché «solo in apparenza il provvedimento agevola l’utenza finale. Alla lunga, è la nostra previsione, il rischio è che anche i prezzi tendano a lievitare e che la concorrenza finisca col ridursi».

La questione è stata portata all’attenzione della Authority anche dal presidente nazionale di Confartigianato Imprese, il varesino Giorgio Merletti, che in una lettera a Roberto Rustichelli ha parlato fuor di metafora. «Con questo provvedimento si scarica direttamente sull’impresa, quasi sempre di piccole dimensioni, gran parte dell’onere finanziario derivante dal costo dell’intervento stesso. La previsione che questa misura sia opzionale è peraltro opinabile in quanto è irreale prevedere che un contribuente opti per l’utilizzo delle detrazioni fiscali, il cui importo può scontare in dieci anni, potendo usufruire immediatamente della stessa somma».

Insomma, «l’idea, per quanto bella e suggestiva, di un ecobonus scontato direttamente in fattura non è a nostro avviso praticabile e rischia di alimentare una domanda che non potrà essere soddisfatta e che, sommata ad altri provvedimenti, genererà un problema di liquidità non facilmente superabile. Del resto, il sistema delle incentivazioni fiscali era stato individuato come provvedimento per rilanciare e sostenere l’economia del settore delle costruzioni, precipitato nel 2008 in una recessione senza precedenti, favorendo contemporaneamente l’innovazione e la sostenibilità del patrimonio immobiliare italiano e il rilancio dei consumi».

Buone prassi che rischiano di rimanere congelate, tanto più alla luce dell’andamento non ottimale dell’ecobonus in Regione Lombardia, dove nell’ultimo anno gli investimenti attivati sono diminuiti del 6,7%, distribuendosi perlopiù tra serramenti, pareti verticali, caldaie a condensazione e pareti orizzontali o inclinate.

In provincia di Varese, il pacchetto ecobonus ha avuto nel 2018 un valore in investimenti pari a circa 66,71 milioni di euro per circa 6.800 interventi. In Lombardia ha toccato i 784,9 milioni di investimenti per 80mila interventi.

«Un “tesoretto” che poggia su tre pilastri: le imprese, alle quali arriva una importante dose di ossigeno; il patrimonio immobiliare e l’ambiente, che beneficia di riqualificazioni orientate all’ecosostenibilità e i cittadini, che grazie a questi incentivi vedono sensibilmente alleggerito il peso dell’intervento: possiamo permetterci di dilapidare tutto?». Domanda retorica, per una risposta che le imprese danno per scontata.

L’esame del caso di una impresa tipo può aiutare a comprendere meglio la portata dei timori delle aziende. L’Ufficio studi di Confartigianato ha preso a riferimento nel settore delle costruzioni una impresa di cinque addetti (titolare e quattro dipendenti). Si tratta di una impresa che rientra nella classe di addetti – tra 2 e 9 – più numerosa del settore. Sulla base dei dati sulla struttura delle imprese dell’Istat si è ipotizzato per questa azienda un fatturato di 403mila euro. Tenuto conto della redditività media della classe di volume d’affari desumibile dalle statistiche fiscali del Mef, l’Ufficio studi ha messo a confronto nell’arco di un quinquennio l’importo da scontare alla clientela e gli importi relativi a imposte dirette, indirette e contributi che possono essere compensati.

Nel caso in cui ristrutturazioni e interventi per efficienza energetica pesino per il 50% del fatturato dell’impresa si evidenzia che la norma, dal quarto anno, metterebbe fuori mercato l’impresa tipo. Tra Irpef sul reddito del titolare, ritenute versate per i dipendenti, contributi previdenziali del titolare e dei dipendenti, Irap e versamenti Iva (che nelle Costruzioni sono mediamente il 2,2% del volume d’affari) verrebbero infatti versati all’Erario oltre 70mila euro all’anno. Nei primi tre anni lo sconto praticato ai clienti sarebbe inferiore a questa somma e consentirebbe dunque il completo recupero. Già dal quarto anno questa condizione non si verificherebbe e l’impresa sarebbe costretta a rinunciare all’86,9% degli interventi incentivati; nel quinto anno la rinuncia per incapienza sarebbe totale. E, nell’arco dell’intero quinquennio, la riduzione del fatturato sul segmento interessato dalle detrazioni fiscali risulterebbe del 37,4%.

L’esito della simulazione rende evidente come «rilevanti segmenti di mercato oggi presidiati delle piccole e medie imprese fluirebbero – come evidenziato dall’Antitrust – verso imprese di grandi dimensioni, che presentano rilevanti importi di pagamenti nei confronti dell’Erario e sono dotate di una adeguata capacità finanziaria per far fronte allo sconto in fattura. Lo spazio di mercato si spalancherebbe anche a settori diversi da quello dalle costruzioni, come quello delle utilities, caratterizzate da una maggiore presenza di grandi imprese pubbliche: sulla base dei dati strutturali delle imprese dell’Istat nel settore della fornitura di energia elettrica, gas e utilities (D e E Ateco 2007) le medie e grandi imprese a partecipazione pubblica concentrano il 51,1% dell’occupazione dell’intero settore di energia e utilities».

«In questa prospettiva – conclude Galli – si concretizzerebbe il paradosso di norme orientate alla crescita che, invece di sostenere le piccole imprese private delle costruzioni, rischierebbero di generare ulteriori spazi di rendita di posizione».

La richiesta è chiara: retromarcia subito. L’ecobonus non si trasformi nello sconto delle grandi.

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