Cerca:
Home Stretta di mano tra Italia e Russia. Quali vantaggi per le Pmi?

Stretta di mano tra Italia e Russia. Quali vantaggi per le Pmi?

foto_italia_russia#RassegnaStampa

La Russia da un lato, l’Italia al suo fianco. Perché «la Russia svolge un ruolo primario nell’approvvigionamento energetico dell’Italia, essendo il Paese dal quale arriva circa il 40% del gas che l’Italia importa ogni anno», scrive il Corriere della Sera. La Cina che spinge; gli Stati Uniti che pongono condizioni e dazi. L’Unione europea, nella quale spera anche Vladimir Putin.

Il presidente, in visita nel nostro Paese, ha messo le cose in chiaro: la vicinanza tra Italia e Russia non si mette in discussione. Malgrado, lo si legge sul Sole 24 Ore, «il deterioramento dei rapporti tra Russia e America e tra Russia ed Europa, malgrado la complessità delle crisi da affrontare e malgrado anche il rilancio dei legami economici sembri affaticato».

Ma Putin, per l’appunto, parla in modo chiaro: «Il lavoro dell’Italia è di creare le premesse perché restrizioni dannose per tutti debbano essere superate. La determinazione a trovare una posizione e un obiettivo comune – prosegue il quotidiano economico – nel superamento delle grandi crisi internazionali di questo tempo emerge sul fronte della necessità di una stabilizzazione in Libia, in Siria e in Venezuela, sul fronte del confronto commerciale con gli Usa in cui Putin conta sulla “flessibilità” dei cinesi, infine in Ucraina dove Conte dice di sperare nel nuovo presidente Volodymyr Zelenskiy come in una “nuova finestra di opportunità” che si è aperta».

Però, a parte le tensioni e lo scacchiere geopolitico sul quale le grandi potenze sembrano muoversi come biglie sulla sabbia, l’Italia punta a siglare accordi di una certa importanza. Accordi da un lato politici ma, dall’altro, protocolli di intesa commerciali per «tenere viva la cooperazione bilaterale Italia-Russia», scrive il quotidiano “La Stampa”.

In fondo si spera in questo. Nella volontà di Vladimir Putin a rimuovere «l’embargo varato dalla Russia nei confronti di una serie di prodotti made in Italy (parmigiano, grana, prosciutto, frutta, verdura…) come risposta alle sanzioni decise dall’Ue dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014. Embargo che è costato più di un miliardo di euro di export agroalimentare negli ultimi 5 anni», ricorda il Corriere della Sera.

Si spera, però, anche in qualche patto che rilanci la cooperazione e che porti qualche risorsa importante alle imprese italiane. L’accordo, in questi giorni, è arrivato. E si tratta di quello sottoscritto dal fondo sovrano russo Russian Direct Investment Fund (Rdif) con la Cassa Depositi Prestiti per investire «insieme 300 milioni di euro in società italiane che vogliono far crescere la propria attività in Russia». C’è anche l’accordo di collaborazione tra Comune di Venezia e museo Hermitage e il patto siglato tra l’Ospedale Bambin Gesù e gli Ospedali Pediatrici della Federazione Russa. Si è fatto infine il punto sui contratti stipulati tra Italferr e le ferrovie russe: l’attenzione è andata alla tratta turistica Mosca-Nizza (il Riviera Express) «che prevede fermate anche in Italia per facilitare l’afflusso dei visitatori russi».

Si è parlato, insomma, volgendo lo sguardo ai numeri. Rimarca, il Corriere della Sera, che «le sanzioni e controsanzioni hanno avuto un forte impatto sull’interscambio commerciale tra i due Paesi. Rispetto al picco del 2013, quando l’Italia importava dalla Russia per 20,2 miliardi di euro ed esportava per 10,8 (con un saldo negativo di 9,4 miliardi), si è scesi nel 2018 a 16,1 miliardi di euro di importazioni e 7,6 di esportazioni».

Tutto questo, però, non deve distogliere l’attenzione dalle priorità imprenditoriali di casa nostra. Che sono sì legate agli accordi commerciali con le potenze mondiali, ma anche vincolate – come si legge sul Sole 24 Ore – «a pregiudizi e ostilità nei confronti dell’impresa». Anzi, secondo Valerio Castronovo, che firma l’articolo sul quotidiano economico, in Italia si assiste alla «reviviscenza di un’astiosa cultura antindustriale». Un atteggiamento paradossale se si pensa al fatto che l’impresa – anche e, di questi tempi, soprattutto quella piccola – «è il motore dello sviluppo e dell’occupazione». Un motore che si trova a dover mantenere, se non aumentare, i propri “giri” in un «Paese ormai a crescita zero, con un debito colossale (il terzo più elevato del mondo) e con una produttività oraria largamente inferiore a quella tedesca e francese (da noi ci vogliono 56 giorni in più all’anno per produrre lo stesso bene che si produce in Germania). Inoltre, 430 sono i cantieri bloccati al Nord e 130 al Sud; il capitale umano è tra i più scarsi del mondo occidentale e in fatto di digitalizzazione siamo al penultimo posto nella graduatoria dei 28 Paesi della Ue».

TORNA SU