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I Comuni “rifiuti free” e la fuga da Pechino

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RIFIUTI: MALGESSO PRIMO IN LOMBARDIA
Nel Varesotto, i comuni virtuosi che sono stati premiati con il titolo di “rifiuti free” sono sei: Malgesso (36,4 chili e differenziata al 90%), Bregano (44,8 chilogrammi e 83,2% di differenziata), Caronno Pertusella (66,7 chili e l’80,2% di differenziata), Besozzo (52esima in Lombardia con 67,7 chili e l’89% di differenziata), Bardello (69,2 chili e l’83,8% di differenziata) e Vergiate con 72,1 chili. Scrive il quotidiano “La Prealpina”: «In questi giorni è uscita la classifica 2019 di Legambiente che promuove i territori “rifiuti free”, ovvero le città e i paesi con bassa produzione di immondizia indifferenziata. Quelli che mandano meno in discarica o all’inceneritore. Il primato lombardo spetta proprio a Malgesso che si colloca, inoltre, sul podio anche a livello nazionale. Due dati di confronto per capire: i Comuni “rifiuti free”, 547 in Italia, sono quelli dove il pattume (secco e affini) pro capite non va oltre i 75 chilogrammi l’anno. Malgesso è addirittura sotto la metà di questa soglia». Il segreto? Risponde il sindaco Giuseppe Iocca: «Innanzitutto una cittadinanza attenta ai temi ambientali…Poi abbiamo stampato il dizionario della corretta gestione dei rifiuti…Un grande impulso è arrivato dai sacchi col microchip, quindi dalla tariffa puntuale…Non manca la vigilanza della Polizia locale…Andiamo da anni nelle scuole: i bambini tornano a casa e mettono in riga i genitori».

I COLOSSI SCAPPANO DALLA CINA. MA NON TORNANO IN AMERICA
Tanti stanno progettando la fuga. I dazi imposti da Donald Trump sulle importazioni cinesi, non perdonano. Secondo alcuni dati raccolti da Qima (società di controllo e certificazione delle supply-chain con sede a Hong Kong), «la percentuale di business orientato a uscite almeno parziali dalla Cina – scrive il Sole 24 Ore – può raggiungere l’80% negli Stati Uniti e il 67% in Europa». Le mete più gettonate sono il Vietnam, l’Indonesia, la Cambogia (cresciuta tra il 15% e il 25%), il Messico. La Us Chamber of Commerce americana ha comunicato che «il 41% delle 250 aziende contattate ha progettato o sta valutando traslochi manifatturieri». Solo il 6% delle società interpellate farà ritorno sul territorio americano. L’hi-tech è il settore più danneggiato dalla guerra commerciale tra Usa e Cina. Lo ricorda il Sole: «Apple sposterà la sua produzione (dal 15% al 30%) in India; Dell guarda a Taiwan (lo fa anche Google), Vietnam (che è un polo attrattivo anche per Samsung) e Filippine così come HP; GoPro andrà in Messico. Alcuni famosi server per centri dati come Quanta, Foxconn e Inventec» sono interessati anche alla Repubblica Ceca.

IL MADE IN ITALY PIACE(VA) ALL’AMERICA
Rischia una caduta che lascerà il segno. Da quel 9 marzo 2018, quando Trump decise di introdurre i dazi del 25% sull’acciaio, le imprese italiane stanno accusando il colpo. Sul Corriere della Sera si legge che «con 24,5 milioni di tonnellate, l’Italia è al decimo posto tra i Paesi produttori di acciaio, ma per l’Ice l’export è in diminuzione del 9,6% e il saldo commerciale negativo per 7,1 miliardi di euro». Sull’agroalimentare potrebbero pesare tariffe del 100% (la Coldiretti comunica che «4,5 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy potrebbero finire nella black list del Dipartimento del commercio statunitense»), gli aumenti dei prezzi sui beni di lusso passeranno dal 10% al 20% mentre sul fotovoltaico c’è una tassa del 30% per i pannelli prodotti all’estero. Ricorda, il quotidiano, che «le pressioni di Trump sulla Fed, affinché abbassi i tassi di interesse per contrastare la svalutazione del dollaro, potrebbero avere l’effetto di rafforzare l’euro. Ciò significa minori esportazioni europee verso il resto del mondo e maggiori importazioni da Cina e Usa. Le esportazioni italiane potrebbero crescere del 5,2% nel 2019, ma solo dell’1,6% nello scenario avverso (- 3,6), che include anche l’ipotesi di un euro troppo forte».

DOMENICO PARISI: NELLE SUE MANI, IL LAVORO DEGLI ITALIANI
Domenico Parisi è l’uomo che Luigi Di Maio ha scelto come presidente dell’Anpal (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro) per mettere mano ai Centri per l’impiego, formare i navigator e rivoluzionare il mercato del lavoro italiano. Partendo da un software, lo stesso che ha utilizzato in Mississippi, in grado di incrociare domanda e offerta di lavoro in meno di un minuto. La App che Parisi vorrebbe utilizzare anche qui dice dove è il posto di lavoro, quali sono le condizioni contrattuali, quanto è il monte ore che devi lavorare e quanto è lo stipendio. In una bella intervista a Panorama racconta sé stesso, tra ricordi (e sacrifici) di gioventù e progetti. A partire da quello che gli italiani possono fare: «Abbiamo le risorse e i saperi. Abbiamo la cultura, la creatività e l’intelligenza – dice il sociologo – ma dobbiamo aprire gli occhi: tutto è già davanti a noi solo che in questo Paese, molto spesso, anche le persone intelligenti non trovano le soluzioni perché guardano sempre nel posto sbagliato». Il “posto giusto”, per Parisi, si trova nei dati: «Sono una ricchezza, non uno scarto. Sono come il petrolio. La società del terzo millennio sarà guidata da una unica bussola, un unico potere: la produzione e il consumo dei dati. Ecco perché il cuore del mio sistema è la formazione».

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