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L’Italia non cresce e scommette sul “terziario mediterraneo”

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CRESCITA ZERO: BISOGNA SCOMMETTERE SU UN CAPITALE UMANO DI QUALITA’
Prosegue la stagnazione dell’economia italiana: lo dice l’Istat. Nel secondo trimestre del 2019, la stima del Pil ha registrato una crescita pari a zero. Produzione e reddito nazionali sono immobili, ma a restare inchiodata è anche la domanda estera. Scrive il Corriere della Sera: «La sequenza del Pil evidenzia, nell’ultimo anno, due variazioni negative, due variazioni pari a zero e un’unica correzione in positivo: +0,1% nei primi tre mesi del 2019. Il ministro dell’Economia Tria parla di dato “atteso” e in linea con il “rallentamento in atto nell’Eurozona”». I dati sui quali riflettere: non si cresce, ma sale l’occupazione. Che nel mese di giugno è del 59,2%, +0,1% rispetto a maggio; il totale degli occupati si attesta invece a quota «23,39 milioni, +115 mila rispetto un anno fa». I disoccupati sono 2,52 milioni (-288 mila rispetto a giugno 2018) e gli inattivi si contano in 13,18 milioni (+23 mila). Perché? Ecco le tre ragioni di Tito Boeri, sul quotidiano “La Repubblica”: «Aumenta la percentuale di chi lavora nonostante l’economia ristagni, soprattutto perché siamo in meno a poter lavorare (la popolazione in età lavorativa, negli ultimi dieci anni, è diminuita di quasi un milione); c’è più lavoro di bassa qualità; c’è molto più sostegno pubblico (nel quadriennio 2015-2018 sono stati spesi 73 miliardi di euro per le agevolazioni contributive)». Ultima riflessione: «Il nostro Paese soffre di cattiva allocazione del suo capitale umano, con una disoccupazione intellettuale molto alta; scarsa formazione in azienda che completi l’istruzione formale e lavoro in eccesso in imprese che hanno scarse prospettive (come confermato dalla crescita, negli ultimi mesi, del ricorso alla Cassa integrazione straordinaria)».

MENO GIOVANI AL LAVORO E STIPENDI INADEGUATI
Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi “Marco Biagi” dell’Università di Modena e Reggio, a riguardo non ha alcun dubbio: «Sicuramente avere “aggredito” la soglia psicologica del 10% di disoccupazione è un dato importante, ma i nuovi posti sono tutti di bassa qualità, con stipendi spesso inadeguati. Colpa della nostra bassa produttività e della bassa crescita», dice al quotidiano “La Stampa”. Il punto sul quale insiste il docente, è questo: «Abbiamo meno giovani al lavoro. Inoltre, le tipologie contrattuali offerte e i trattamenti retributivi sono di gran lunga peggiori rispetto a 10-15 anni fa. Abbiamo un appiattimento verso il basso di salari e trattamenti retributivi, e poi abbiamo visto un’esplosione di tipologie contrattuali di natura temporanea. Questo però è un trend internazionale che è legato alle trasformazioni del lavoro, alla perdita di posti nella manifattura e al fatto che il lavoro, oggi, si crea in settori più poveri come il terziario o i servizi alla persona o di prossimità». Dunque, «si possono anche aumentare i salari, ma se senza una produttività maggiore e un Pil che cresce come si fa a pagare di più?». La soluzione, secondo Michele Tiraboschi, è questa: «Valorizzare i trattamenti retributivi dei contratti collettivi che possono essere legati a incrementi di produttività ed efficienza». 

CONTRO LA STAGNAZIONE, IL “TERZIARIO MEDITERRANEO”
Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, presenta un’analisi che parte «dall’epicentro della stagnazione: la manifattura, asset di eccellenza del nostro sistema-Paese». Che arriva da «anni inaspettati e clamorosi successi nell’export»: quindi siamo più internazionalizzati, ma «quel traino non c’è più per via delle turbolenze commerciali legate alle politiche di Trump ma anche perché il nostro punto di riferimento, il sistema-Germania, si è inceppato». Di questa situazione ne stanno soffrendo tutti i protagonisti dell’economia: tanto le grosse quanto le piccole e medie imprese. Queste ultime, però, in modo diverso. Secondo l’editorialista del Corriere, «i dati non segnalano una nuova selezione darwiniana dopo quella del 2008-15, ma il sistema va alla spicciolata. Chi riesce a tenersi agganciato ai grandi sistemi di fornitura ha guadato il fiume, chi è in grado di andare sui mercati esteri da solo viaggia a testa alta, chi è invece costretto nel recinto del mercato interno – la maggioranza – è davanti a un rompicapo per conciliare stasi dei consumi, concorrenza dei prodotti cinesi e l’esigenza (teorica) di migliorare la qualità delle produzioni». Se a questo aggiungiamo il calo nella propensione delle multinazionali a realizzare nuovi investimenti in Italia e il netto cambiamento del mercato del lavoro (con i mini jobs), è chiaro che l’Italia – per ora – non uscirà dalla stagnazione. Nonostante il «contributo positivo che arriva dall’occupazione e dai servizi». Dario Di Vico lo definisce con il termine di «terziario mediterraneo: ristorazione fuori casa, affitti via Airbnb, servizi turistici low cost, minimarket, logistica e-commerce, occupazione stagionale, scivolamenti nel sommeso e, in aggiunta, posti statali».

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