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Simone, il criminologo-quarterback che fa il regista delle arti grafiche

simone_1Il nonno Nino, il papà Luigi, la famiglia: alle spalle una storia di impresa che ha superato i settant’anni di vita. E che vuole andare avanti. Ma come si fa a rinunciare ai propri sogni?

IL TEMA PER L’ACCADEMIA E LA VOGLIA DI INCASTRARE I KILLER
Simone Colombo, di sogni, ne ha sempre avuti tanti: diplomato al Liceo Scientifico, supera la prima selezione per entrare all’Accademia Militare di Modena
. Lo ricorda ancora adesso, senza rimorsi: «Alla prima prova, da ottomila candidati siamo scesi a ottocento. Poi la seconda: mi ha fregato il tema storico, perché non ne avevo mai scritto uno».

Li scriverà dopo, all’ultimo anno del Liceo: «Troppo tardi», dice. La passione per la criminologia, le indagini e lo studio di quei particolari che incastrano il killer – stile C.S.I. – gli è rimasta però addosso come quell’odore di stampa che si percepisce, gentile, tra le mura delle Arti Grafiche Colombo a Busto Arsizio. Impresa di famiglia.

Si iscrive all’Università Cattolica di Milano, Simone, e la scelta è inevitabile: Scienze dei fenomeni sociali e processi organizzativi (Curriculum in Scienze della criminalità e tecnologie per la sicurezza). In una parola, criminologia. Ci risiamo: «Mi appassionava; era una cosa nuova». Ma occasioni di lavoro, zero. Deluso se non affranto. Non pensava, il giovane trentatreenne, che potesse essere così difficile.

VIVA L’AZIENDA, ANCHE SE IL DISEGNO…
Meno male, e quel giorno lo benedirà per sempre, che in azienda ci è andato da subito: «Non ricordo il mio primo giorno in tipografia: forse avrò avuto tre anni. Da allora, eccomi qua. Tra la quarta e quinta Liceo ho lavorato all’Ufficio tecnico e logistico di Malpensafiere, poi aiutavo mamma e papà. La specialistica all’università l’ho lasciata: in azienda ho trovato la mia dimensione». Per Simone Colombo non si è trattato di un «ripiego, anche se per le arti grafiche proprio non sono mai stato portato – dice con naturalezza – Alle scuole superiori ho preso addirittura un debito in disegno tecnico». Impossibile spiegare quali pieghe possa prendere la vita: il papà dà pochi consigli, se non quello che «bisogna imparare e basta». Però è orgoglioso, glielo si legge negli occhi, di questo figlio.

L’IMPORTANTE E’ ROMPERE I PLACCAGGI. NEI BLUE STORMS E IN AZIENDA
Questo figlio che ama la manualità e che ammette, con il sorriso sulle labbra, «sono un tuttofare: passo dalla stampa sulla macchina digitale alle prese elettriche». Di più non si potrebbe pretendere. E’ un ragazzo che emana positività, Simone. Uno con il quale parleresti per tutta la giornata senza annoiarti. Perché, in fondo, ha una sua filosofia di vita e d’impresa.

Come questa: «L’importante è rompere i placcaggi». Detto così, ti chiedi cosa voglia dire. Poi si spiega: Simone Colombo gioca nei Blue Storms, l’american football team della città di Busto Arsizio. Gioca come secondo quarterback, in poche parole il “regista” che applica gli schemi suggeriti dall’allenatore e legge la difesa avversaria per guidare l’attacco che porta al touchdown. Gioca e allena le giovanili. Come un tornado, lo sport ha scavato nell’anima di questo ragazzo un canyon pieno di entusiasmo. Ecco perché quel «rompere i placcaggi» si è trasformato, per Simone, in una specie di mantra che si porta ogni giorno in azienda: «Il football è uno sport molto strutturato con regole molto precise. In caso contrario, non puoi giocare. Applicandole anche in azienda, mi trovo bene: qui si lavora tutti insieme».

PAPA’ E’ IL QUARTERBACK E LA MAMMA IL COACH
Ognuno ha il suo ruolo: «Il vero quarterback è papà, perché le azioni d’attacco le decide lui. Se non ci fosse, sarebbe dura: è il mio modello di vita e di lavoro – sottolinea con decisione Simone – La mamma, invece, è un buon collante: è il coach vero perché si smazza tutti i lavori più noiosi. Per quanto mi riguarda, cerco di portare in azienda qualche novità: sono un “tight end”, una figura che sta tra il ricevitore e l’uomo di linea».

E il suo campo di gioco è il digitale. Ma Simone ha un tale bisogno di contatto fisico – lo sport non perdona – che in questo mondo a volte virtuale, proprio non si trova: «Il contatto umano mi manca. Mi manca sempre. Anche sul lavoro: un cliente lo devo conoscere di persona per potergli proporre il prodotto e le finiture più adatte per lui. Il digitale ha già rivoluzionato il lavoro di stampa, ma il problema è che ha cambiato anche il rapporto con i clienti. Però sono certo che l’ordine online funziona fino a un certo punto: se vuoi qualcosa di particolare, di unico e d’eccellenza devi lavorare guardandoti negli occhi».

ALTRO CHE ZEN, QUI C’È RABBIA E VOGLIA DI RISCATTO
Simone Colombo lo fa quando parla, riflette, ti accompagna tra i locali dell’azienda e si ferma di fronte ad un immenso spazio dove quasi sbotta di rabbia: «Vi sembra possibile? Dico: la Arti Grafiche Colombo ha dovuto vendere una macchina che dava lavoro a due persone, perché faceva rumore e confinava con alcuni garage poi adibiti a uffici. Che poi sono stati utilizzati per pochissimo tempo. Costi, denaro buttato, crisi umane e familiari: è vita, questa? Sì, provo ancora rabbia per quella vicenda di quattro anni fa. E ho voglia di riscatto».

Che non sarà “zen”, perché questo giovane crede ancora «nelle cose fatte alla vecchia maniera», e aggiunge: «A volte mi sembra di impazzire». Tra i tanti sogni a disposizione, l’imprenditore ha scelto. Non ci sono “giornate tipo” nella sua vita, e forse è anche per questo che Simone Colombo ha una gran carica vitale: «A volte mi è capitato di dormire accanto alle macchine, e la fidanzata veniva a trovarmi. Bello, no?». Bello come l’armadio pieno zeppo di maglie delle squadre di calcio: un carosello di centinaia di colori che somigliano ad un pantone. Ma ora si ritorna in campo: «Anche per fare l’imprenditore bisogna allenarsi», conclude il quarterback.

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