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Plastic tax tra “no” e “sì”. Nel frattempo, l’Italia è già “green”

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#Rassegnastampa

PLASTIC TAX: IN EUROPA, MOLTI PAESI GIA’ LA APPLICANO
Sarà di 1 euro al Kg e colpirà la plastica monouso. Ma secondo i piani del governo, «farà tornare alle imprese che la pagheranno un credito di imposta del 10%», scrive “Il Fatto Quotidiano”. In linea con la spinta verso l’economia circolare che sta interessano l’Europa, molti Paesi si sono già mossi: Bruxelles sta pensando di applicare «un’aliquota comune di 0,8 euro/Kg sui rifiuti degli imballaggi in plastica che non vengono riciclati; la Finlandia fa pagare a produttori e importatori una tassa di 0,51 euro al litro; in Norvegia il 96% delle bottiglie di plastica viene riconsegnato ai negozi e riciclato (la tassa si paga sugli imballaggi “a perdere”); in Germania c’è la nuova legge sugli imballaggi e in Danimarca è stata studiata una tassa su tutti gli imballaggi il cui importo aumenta o diminuisce a seconda dell’impatto ambientale». In ultimo: in Gran Bretagna una “plastic tax” verrà adottata dal 2022 «su tutti gli imballaggi in plastica monouso che non contengono almeno il 30% di componente riciclata mentre in Francia, dallo scorso anno, si discute di tassare del 10% bottiglie e contenitori che non vengono prodotti con plastiche riciclate».

PLASTICA: L’ITALIA DIVISA TRA NO E SI’
Ci sono due cori, oggi in Italia, che si trovano su due posizioni contrapposte. Il primo arriva dal mondo manifatturiero e produttivo: «La plastic tax uccide le aziende». Il secondo è quello degli ambientalisti: «Per l’Italia, la plastic tax rappresenta una grande occasione». Le ragioni degli imprenditori: la nuova tassa colpisce la plastica in modo demagogico; non aiuta la crescita e le riconversioni ma determina il soffocamento del settore della produzione e un’ingente perdita di posti di lavoro; porterebbe ad un aumento pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo. Ricordiamo che il comparto della plastica, in Italia, «è uno dei più dinamici e innovativi. Nel complesso vale 40 miliardi di euro di fatturato, conta 10mila aziende e ben 150mila occupati, di cui 50mila solo nel settore degli imballaggi», scrive “la Stampa”. Le ragioni di Legambiente, Greenpeace Italia e Wwf sono invece queste: «La tassa è “sacrosanta”, ma a patto che siano introdotte due modifiche. Uno: va garantita l’esenzione per i prodotti in plastica riciclata. Due: la tassa va fatta pagare non solo agli imballaggi, 2 milioni di tonnellate, ma alla totalità dei manufatti in plastica, ulteriori 4 milioni di tonnellate», ricorda ancora il quotidiano di Torino. L’Italia è il secondo produttore di plastica in Europa dopo la Germania e il più grande produttore di rifiuti del Mediterraneo. Un ultimo dato: gli italiani, oggi, producono un chilo di rifiuti plastici a testa ogni cinque giorni.

L’ITALIA SI RACCONTA MALE: TERZA NELLA CLASSIFICA DELL’ECO-EFFICIENZA UE
Eppure, «a dispetto dei luoghi comuni, l’Italia occupa il terzo posto in Europa nella classifica della “eco-efficienza”». Lo scrive “Il sole 24 Ore” sulla base del decimo Rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola. Tanto per chiarire: «Il nostro Paese guadagna le prime posizioni in Europa, in particolare sul fronte del riciclo dei rifiuti e del riutilizzo delle materie». Gli eco-investimenti interessano 300mila imprese, pari al 21,5% del totale delle aziende, contro il 5,7% del 2014. Ricorda il quotidiano economico, che «a parità di valore della produzione, siamo il Paese europeo che ha maggiormente ridotto l’uso di materie prime (-42% tra il 2008 e il 2017 contro la media Ue del -28,5%) e di energia (-19,5% contro il calo medio del 26,3% nella Ue). Pur essendo il secondo Paese manifatturiero dell’Unione, ha il più basso consumo pro capite di materia ed è il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: il 79% contro il 38% della media Ue, il 55% della Francia e il 43% della Germania». Un grosso cambiamento, questo, che interesserà «radicalmente le filiere. Perché quello che governerà l’industria non sarà più il prodotto finito ma la materia, che potrà avere più vite, anche molto diverse fra loro». L’unico ostacolo? «Le leggi e la burocrazia, che non stanno al passo delle imprese».

GREEN JOBS: PROFESSIONSITI COMPETENTI MA INTROVABILI
In questo tira-e-molla, la Fondazione Symbola pone l’accento sulle virtù ecologiste italiane ma anche sui tanti lavori eco-friendly che sono nati e che nasceranno. Nel 2018 il numero dei green jobs aveva superato i 3 milioni e in Lombardia si concentra – secondo i dati del Rapporto GreenItaly – «il 21,3% dei green jobs occupati in Italia. I profili green devono avere titoli di studio elevati (nel 35,2% dei casi una laurea) e forte è anche l’esigenza avvertita di formazione interna ed esterna: 44,6%. Infine, le assunzioni a tempo indeterminato – scrive Il Sole 24 Ore – rappresentano oltre il 49,2% dei casi e dei nuovi contratti per dipendenti previsti nell’area progettazione e ricerca e sviluppo, oltre i due terzi (66,4%) sono green jobs». Però, quali sono queste figure professionali così ricercate? Cuochi sostenibili, installatori per l’efficienza energetica e specializzati anche nel solar cooling (come rinfrescare gli ambienti attraverso l’energia solare), meccatronici, ingegneri energetici, meccanici green, giuristi ambientali, promotori edili esperti in materiali green, informatici esperti IoT e non solo, contabili green capaci di esprimere pareri e dare consigli su questioni fiscali legate alla sostenibilità e all’efficienza energetica.

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