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La Red Bull è più sana del Parmigiano reggiano: il siluro europeo sul Made in Italy

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RED BULL SI’, PARMIGIANO REGGIANO NO: L’UE VUOLE COLPIRE IL MADE IN ITALY
La Coca Cola e la Pepsi light, e la Red Bull sugar free, fanno bene
. Il salame a fette, il Parmigiano reggiano, il Pecorino romano e il prosciutto San Daniele, no. Ma come, la tanto decantata dieta mediterranea – che mescola sapientemente le materie prime tipiche del Made in Italy, grande risorsa per l’export italiano – fa male? L’Unione europea si sta preparando, come scrive “Il Giornale” «a sganciare un siluro contro il cibo italiano con il sistema nutri-score. In pratica, si tratta di un’etichettatura stampata sul fronte della confezione del prodotto che semplifica il giudizio su ogni alimento assegnandogli un colore e una lettera sulla scala: verde (A), verdino (B), giallo (C), arancio (D), rosso arancio (E). Verde indica il maggior contenuto di nutrienti giudicati positivamente: il rosso è l’allarme per i nutrienti da limitare. Il problema è che così si crea un pregiudizio sul cibo a prescindere dalla quantità consumata e da come è inserito nel contesto di una dieta. Il risultato è che la Coca Cola light è verdina e lo speck rosso fuoco». Questa sorta di “semaforo del gusto” è già stato adottato da Francia, Belgio e Spagna. E pur di armonizzare le etichette, l’Ue potrebbe raccomandarne l’adozione in tutti i Paesi. Il rischio c’è, ed è per questo che «il governo italiano sta presentando un sistema alternativo di classificazione. La semplificazione, d’altronde, rischia di sostenere modelli alimentari sbagliati che mettono in pericolo non solo la salute dei cittadini, ma anche il sistema produttivo di qualità del Made in Italy».

COSA VUOL DIRE CRESCERE?
Ce lo spiega Ferdinando Giugliano, editorialista di Bloomberg Opinion, dalle colonne del quotidiano “La Repubblica”: «L’incapacità dell’economia di diventare più efficiente e innovativa è la ragione per cui la nostra crescita è al palo da almeno due decenni». Quindi, una fra le prime preoccupazioni del governo non dovrebbe essere quella del Mes, ma quella di evitare che l’Italia ricorra «a un salvataggio esterno perché ha perso la fiducia degli investitori». Insomma, chi in un modo e chi in un altro, i governi di questi ultimi anni «hanno dato assoluta priorità a sussidi come il reddito di cittadinanza e quota 100, che elargiscono spesa pubblica senza aiutare la crescita di lungo periodo e, ora, si stanno impegnando nel salvaguardare posti di lavoro in una serie di imprese in crisi, prima fra tutte Alitalia, curandosi poco di quanto costerà salvarle». Pensare all’Italia del futuro, per l’autore dell’articolo, significa predisporre «un’agenda della produttività composta dal miglioramento del sistema educativo italiano, dal taglio dei sussidi inutili per incrementare la spesa in infrastrutture e da un sistema di incentivi che favorisca la crescita delle imprese. Perché il problema italiano non è tanto la quantità di lavoro, quanto la sua qualità». E a chi consideri il problema di poco conto, Giugliano risponde con una frase del premio Nobel per l’economia, Paul Krugman: «La produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto».

E SE LE BANCHE SMETTESSERO DI FINANZIARE LE IMPRESE?
Francesco Priore, docente di marketing finanziario alla Bologna Business School, entra a gamba tesa in un problema che si sta facendo urgente: «Margini modesti e in calo, obblighi di accantonamenti e aumenti di capitale riducono gli affidamenti da parte delle banche. Le imprese finanziano solo il circolante, non investono nonostante i tassi bassissimi, chiudendo gli sportelli le banche perdono il contatto con le imprese e la possibilità di finanziare quelle meritevoli. La relazione costante aveva consentito di far crescere tante aziende: se si sostituisce la relazione con la tecnologia, il cliente millennials sarà portato a confrontare le possibilità e a scegliere di conseguenza». Ecco perché bisogna individuare le imprese meritevoli e «offrire loro affidamenti adeguati, tempi decisionali e operativi snelli e veloci. Le banche non devono aspettare che l’impresa arrivi a chiedere». Insomma, il modello bancario tradizionale sta andando in crisi: la fintech e i big tech avanzano, «gli sportelli sono inutili per il retail, ci sono ormai i trasferimenti telematici, la liquidità è abbondante, crollano tassi e margini. E così, le banche chiudono le filiali e tagliano le teste».  Qualche dato, per fare chiarezza: «All’inizio degli anni 90, in Italia, c’era 13/14mila sportelli bancari: dopo la liberalizzazione ne sono stati aperti 20mila nuovi, poi si sono aggiunti i 15mila circa delle Poste, per un totale circa di 50mila. In Italia c’è uno sportello, Poste escluse, ogni 1.800 abitanti». Nel resto dell’Europa, invece, se ne conta uno ogni 2.640 abitanti e, nei Paesi più avanzati, uno ogni 4.550. Oggi, chiudono tre sportelli bancari al giorno.

 

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