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Home Le imprese ritornano in Italia, ma i giovani non hanno garanzie. A partire dalla scuola…

Le imprese ritornano in Italia, ma i giovani non hanno garanzie. A partire dalla scuola…

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#Rassegnastampa

C’ERA UNA VOLTA, LA DELOCALIZZAZIONE
Si chiama «back reshoring», ma in lingua italiana rende meglio l’idea: rilocalizzazione. Cioè il ritorno in Patria di quelle imprese che avevano lasciato il nostro Paese per le produzioni a basso costo. Tra il 2014 e il 2019, in Italia si sono registrati circa 120 reshoring. Secondo il rapporto Eurofound “Reshoring in Europe 2015-2018”, citato da “La Stampa”, «in tre anni il nostro Paese ha registrato 39 casi e segue la Gran Bretagna, in testa alla classifica con 44». Ma cosa ha convinto le imprese, soprattutto dell’abbigliamento, della moda e in particolare dell’extra lusso, a fare ritorno? Uno: il radicamento sul territorio, perché alcuni imprenditori sostengono che «per realizzare un prodotto di qualità dobbiamo farlo in Italia». Due: riportare a casa il lavoro perduto (tra il 2015 e il 2017, la rilocalizzazione ha creato, in Europa, 12.840 nuovi posti di lavoro). Tre: il 37% dei Millennials è disposto a pagare fino al 5% in più per un prodotto Made in Italy; il 27% fino al 10% in più (lo dice uno studio di Pwc). Quattro: l’aumento dei costi di produzione all’estero (in Asia e nell’Est Europa l’ex proletariato si sta organizzando sindacalmente), i tempi delle consegne, la riorganizzazione globale delle aziende, la riscoperta del brand Made in Italy (le norme sulla sicurezza Ue impongono l’indicazione dell’origine di tutte le merci), la sostenibilità, il fair trade e il valore umano e ambientale stanno spostando il baricentro della produzione. Così, citando ancora “La Stampa”, «Asdomar ha chiuso qualche stabilimento in Portogallo e ne ha riaperti in Sardegna, la Global Garden Products ha spostato i suoi vivai slovacchi a Treviso, la GTA Moda è tornata dalla Romania e l’Artsana dall’India e dalla Cina». Perché? La prima ragione è questa: «Quel che si perde spendendo di più in fase di produzione, si guadagna nella credibilità del prodotto». Italiano.

GARANZIA GIOVANI: PERCHE’ NON GUARDARE AL MODELLO SVIZZERO?
Ai giovani, le pensioni interessano poco: sono un problema solo per il 2% degli italiani con meno di 25 anni. Le nuove generazioni hanno altre preoccupazioni, e l’elenco lo compila “Il Sole 24 Ore”: «Istruzione, università, una difficile immissione nel mercato del lavoro, da cercare magari all’estero. Perché con Quota 100 e con il blocco dell’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, lo scorso anno si è tolto a loro per dare agli anziani. E ai giovani toccherà pagare il conto». I ragazzi, però, devono prepararsi, perché «i quindicenni italiani hanno conoscenze finanziarie inferiori alla media dei coetanei dei Paesi Ocse». In Italia è spuntata l’idea di una pensione di garanzia per i giovani: «L’obiettivo dichiarato è di integrare le pensioni contributive, che si prevedono poco generose a causa di carriere lavorative discontinue e bassa crescita salariale. Dove prendere le risorse? Lascia spazio ad alcune perplessità la proposta di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps: un fondo integrativo pensionistico pubblico autarchico e volontario». Meglio pensare al modello del «fondo di compensazione Avs istituito in Svizzera nel 1948». Sostenuto nei primi decenni dagli avanzi di bilancio del sistema pensionistico (i contributi percepiti eccedevano le pensioni erogate), il fondo era in grado di integrare il finanziamento delle pensioni future. Così, con il mandato di garantire l’integrità delle risorse ricevute, l’Avs ha investito il denaro nei principali mercati finanziari, ha fatto fruttare un rendimento e ha mantenuto la liquidità necessaria. Anche grazie a quella piccola parte di gettito Iva che va al finanziamento delle pensioni. «Potrebbe essere un’idea anche per l’Italia – prosegue il quotidiano economico -. Un fondo di compensazione, capace di garantire le risorse e di farle fruttare, potrebbe essere un vero aiuto per i giovani».

I GIOVANI E LA SCUOLA: POCHI MEZZI E DOCENTI DEMOTIVATI
Per affrontare il mercato del lavoro, e la vita di tutti i giorni, bisogna avere le giuste competenze. Compito della scuola è quello di formare e preparare ma, secondo il ministro per l’istruzione, Lorenzo Fioramonti, «paghiamo il disinteresse per la scuola che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni: mancanza di strutture, dispersione scolastica, docenti demotivati. La scuola non è più un ascensore sociale». E allora bisogna incrementare l’offerta di tempo pieno, i laboratori e le mense. In poche parole, «rendere la scuola più attrattiva perché, oggi, è un parcheggio». Il ministro ha in testa un disegno preciso: puntare sull’uso delle nuove tecnologie e dei tablet per accedere alla conoscenza. Ma qui entra in campo anche la formazione dei docenti, ancora schiacciati dalla «supllentite e poco valorizzati nel discorso pubblico». Nel frattempo, è necessario «investire in metodologie sperimentali e nello studio del coding, la programmazione informatica. Perché è come una nuova lingua, il nuovo latino. In ultimo, introdurre le competenze trasversali per aiutare i ragazzi a collegare ed elaborare le nozioni». Il discorso, secondo il ministro, è uno solo: «Io non credo che gli studenti di oggi siano peggiori di quelli di un tempo: c’è un problema di qualità della scuola». E da qui si deve partire.

 

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