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Home Sulla qualità della vita, quanto influiscono le imprese “nate per fallire”?

Sulla qualità della vita, quanto influiscono le imprese “nate per fallire”?

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#Rassegnastampa

NATE PER FALLIRE: LE IMPRESE CHE METTONO IN GINOCCHIO L’ITALIA
Ogni anno ne saltano 13-15mila per una frode al Fisco italiano di circa 105,7 miliardi di euro. Stiamo parlando delle «imprese nate per fallire» di cui scrive, questa mattina, il Corriere della Sera. Milena Gabanelli e Fabrizio Massaro hanno registrato le diverse modalità del fallimento: crisi fisiologica (si spostano in avanti le difficoltà sperando nella salvezza: 9 volte su 10, il dissesto si aggrava), svuotamento della società (quando entra in crisi l’impresa non paga più Iva, fornitori e banche; vende immobili e macchinari usando un prestanome: è la bancarotta per distrazione), le cosiddette “nate per fallire” (da subito queste aziende non pagano imposte e contributi; dopo 2 anni chiudono, i dipendenti passano a una nuova società e la frode ricomincia con un altro nome) e, infine, le “cartiere”. Queste ultime sono “società fantasma” che emettono false fatturazioni ed evadono l’Iva nelle importazioni («frodi-carosello»). Dopo la truffa, segue il fallimento. Scrive, il quotidiano: «Dalle società fallite o commissariate, i crediti vantati dallo Stato ammontano a 161,7 miliardi di euro». Nelle attività di servizi, ma soprattutto nella logistica, avviene il vero bluff con la complicità di grandi committenti internazionali. Purtroppo, «il risultato di queste frodi si misura con la distruzione della concorrenza, perché falsando il mercato vengono espulse le imprese che rispettano le regole. A terra restano lavoratori non pagati e domina il caporalato, mentre sulle spalle dei cittadini gravano i miliardi di euro sottratti all’erario e alla previdenza». Si spera nel nuovo codice delle crisi d’impresa: «Le norme più efficaci saranno in vigore dal 15 agosto 2020: sono quelle relative agli “strumenti di allerta”. Prevedono un intervento degli organismi di controllo non appena l’azienda dia i primi segnali di squilibrio finanziario, patrimoniale o di cassa».

QUALITA’ DELLA VITA: MILANO IN TESTA; VARESE MIGLIORA DI 16 POSIZIONI
Nella sola area di Milano, «per quel che riguarda i debiti di tutte le società fallite verso enti previdenziali, dipendenti, fornitori e banche – scrive ancora il Corriere della Sera – si è passati dai 25 miliardi del 2015 agli oltre 40 miliardi del 2018». Eppure Milano si conferma, per il secondo anno consecutivo, in testa alla classifica della Qualità della vita del Sole 24 Ore, edizione 2019. Perché città «sempre più verde e sempre più smart». Varese, rispetto lo scorso anno, guadagna ben sedici posizioni e si colloca al 29esimo posto sulle 107 province italiane. Subito dietro il capoluogo lombardo, troviamo Bolzano (che eccelle in “Demografia e società”), Trento (vince in “Ambiente e servizi”) e Aosta (migliore performance in “Ricchezza e consumi”). Nella top ten delle province più vivibili, quest’anno entrano Monza e Brianza (che sale di 17 posizioni fino alla sesta), Verona (guadagna ne guadagna sette e arriva al settimo posto), Venezia e Parma (che salgono rispettivamente di 25 e 19 piazzamenti).

DALLA “appIO” DEL MINISTERO ALLE MACCHINETTE VERDI SUI BUS DI VARESE
La qualità della vita si misura anche attraverso le infrastrutture digitali di cui si dota un Paese. “Il Messaggero” intervista il ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione (appena battezzato “Mid”), Paola Pisano. E si scopre che, entro fine febbraio, «il cittadino potrà scaricare sul proprio smartphone l’appIO e, dopo aver eseguito l’accesso con l’identità digitale, avrà a disposizione i servizi della Pa. Non solo potrà ricevere le comunicazioni, ma anche pagare Tari, bollo auto, multe oppure iscrivere i figli a scuola e pagare la mensa». Un passo avanti per un’Italia che, in Europa, occupa il 24esimo posto tra i 28 Paesi per “digitalizzazione dell’economia e della società” e che «vede solo il 37% degli utenti utilizzare i servizi online della Pubblica Amministrazione». Nel frattempo, sui bus del Consorzio trasporti pubblici Insubria – lo si legge sul quotidiano “La Prealpina” – «sono comparse delle macchinette verdi grandi come un tablet. L’azienda le sta testando in vista dell’introduzione, dal 2020, come sistema di bigliettazione elettronica con carte contacless. Il nuovo dispositivo si trova già su tutti i bus arancioni (linee urbane) e blu (linee extraurbane). Collegato a questa novità c’è un servizio di geolocalizzazione del bus, che permette al Consorzio di monitorare, in tempo reale, dove si trova ogni singola pullman e al conducente di vedere se sta rispettando al minuto la tabella di marcia».

I GIOVANI SE NE VANNO: L’ESERCITO DEI 100 MILA
L’attacco dell’articolo di Ferruccio de Bortoli, sul Corriere della Sera, chiarisce subito le cose: «I giovani italiani sono pochi. Contano poco. E se possono se ne vanno…Diplomati e laureati creeranno produttività e reddito altrove». L’Istat ha comunicato l’aggiornamento al 2018 delle statistiche sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente: «Nel 2017 erano state pari a 155 mila unità, di cui 115 mila italiani. Quasi 30 mila laureati. In un quinquennio, i deflussi netti di persone di 25 anni e più sotto sono stati di 244 mila persone, di cui il 64 per cento con titolo di studio medio alto». Inoltre, i dati ci dicono che «oltre centomila italiani all’anno spostano la loro residenza all’estero. Ogni dieci ragazzi che emigrano, tre sono laureati, altri tre diplomati e gli ultimi quattro scarsamente scolarizzati. La componente più fragile, invisibile». Insomma, alla fuga di cervelli si affianca una «fuga delle braccia».

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