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L’Italia e il petrolio: «Per ora possiamo solo subire. Ma poi…»

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Dopo l’attacco che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, Teheran ha risposto agli Stati Uniti bombardando la base statunitense di Erbil, in Iraq. In questo braccio di ferro tra potenze, il prezzo del petrolio schizza: il 6 gennaio il Brent aveva superato i 70 dollari al barile per scendere il giorno dopo, invece, a 68,44 dollari (-0,68%). Oggi, mercoledì 8, si è registrata una nuova oscillazione: dai 71 di questa mattina ai 67,56 dollari del primo pomeriggio. Il brent si alza e si abbassa come se fosse un’onda. E tutti, al mondo, temono l’arrivo di uno tsunami economico di proporzioni gigantesche. Matteo Di Castelnuovo, direttore del Master in Energia e Ambiente alla Sda Bocconi, parla di «rally del greggio: una situazione particolarmente negativa per tutti, tranne per chi produce il petrolio. Una situazione che ci porta a riflettere sull’imprevedibilità degli eventi geopolitici (e su come sia impossibile azzardare ipotesi sul loro andamento), su come sia sempre più importante sganciarsi dalla dipendenza degli idrocarburi e dall’urgenza di portare al centro del dibattito pubblico italiano il tema delle politiche ambientali. Crisi petrolifera anni Settanta? No. Ma per ora, subiamo e basta. Perché il petrolio serve anche per il trasporto su gomma, e in Italia l’85% degli scambi commerciali avviene ancora su strada».

matteo_di_castelnuovoSubiamo perché, secondo i dati dell’Ufficio studi di Confartigianato Imprese, il nostro Paese nei primi nove mesi del 2019 ha importato dal Medio Oriente il 44,2% del petrolio greggio: il 19,3% dall’Iraq, il 12,2% dalla Libia, l’8,1% dall’Arabia Saudita. Ma nella lista ci sono anche Azerbaigian (16,8%), Russia (14,1%), Stati Uniti (2,1%), Angola e Nigeria, Egitto. Fatti due conti, da Iraq e Libia importiamo circa un terzo – il 31,4% – del petrolio greggio. Quota che è salita di 7,9 punti rispetto al 2018, dopo l’azzeramento delle importazioni dall’Iran a seguito delle sanzioni internazionali.
Il Medio Oriente, però, prevale anche nel complesso delle forniture di commodities energetiche di greggio e gas: nei primi nove mesi dello scorso anno, da quest’area abbiamo importato il 31,1% del petrolio greggio e gas, mentre la quota complessiva di Iraq e Libia è del 22,7%, in salita di 5,5 punti rispetto al 17,2% dei primi nove mesi del 2018. Inoltre, l’Iraq con una quota del 12,3% è il secondo fornitore oil&gas dietro alla Russia (23,9%) mentre la Libia con il 10,4% è il quarto fornitore dietro all’Azerbaigian (10,7%).

«Se le tensioni dovessero perdurare – e il rischio c’è – tutti noi le sentiremo in bolletta: i costi lieviterebbero e il potere di acquisto delle famiglie, invece, subirebbe un calo. Il punto, però, è sempre quello: abbiamo bisogno di energia per l’industria, per il trasporto, per il riscaldamento domestico. Rendersi autonomi nella produzione di energia è impossibile, però bisogna pensare al futuro. Nel breve periodo dobbiamo assorbire il colpo, mentre nel medio-lungo si deve assolutamente decarbonizzare. E questo richiede una diversa organizzazione del sistema Italia ma anche delle sue imprese. Richiede la messa in campo di strumenti diversi e di una sensibilizzazione, sulle fonti alternative, che dobbiamo condividere e trasmettere. L’Europa ha anticipato le politiche ambientali prima ancora della Cina e degli Stati Uniti, ma ora dobbiamo vedere cosa accadrà con la nuova Commissione europea. Accendiamo un faro, e lasciamoci illuminare».

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