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Coronavirus: l’economia non si può isolare. Lo dicono anche gli americani…

Three-dimensional synthetic works, China's economic and financial stock market

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#Rassegnastampa

CINA 1/ I RISCHI SULL’EXPORT ITALIANO
C’è chi fa dell’export il punto di forza della sua economia – non solo nazionale ma anche provinciale – e chi, invece, si accontenta di dare un segnale. E’ il caso di Vibo Valentia, con i 17mila euro di latticini venduti lo scorso anno in Cina. Il Sole 24 Ore ha mappato le province italiane che si dimostrano più attive nei rapporti con il Paese del Drago. E scrive: «L’ipotesi che la diffusione del Coronavirus inchiodi lo sterminato mercato interno cinese per prodotti di consumo e beni di investimento rappresenta un cruccio non marginale per le imprese. In termini relativi, soprattutto per coloro che operano nel settore dei mobili, dei macchinari, del tessile-abbigliamento». D’altronde, l’economia di Pechino fino ad oggi si è dimostrata più che reattiva nell’attivare e nell’intrattenere rapporti commerciali con le aziende italiane. Lo dicono i numeri: «Tra gennaio e novembre 2019, ha assorbito poco meno di 12 miliardi del nostro export, in media il 2,7% del totale del made in Italy diretto nel mondo. Quota, tuttavia, che lievita in modo deciso per alcuni comparti: le macchine utensili, per esempio, per le quali Pechino rappresenta il terzo mercato di sbocco, alle spalle di Stati Uniti e Germania». Così, l’Italia delle provincie si preoccupa: Milano con le sue aziende di abbigliamento e pelle, chimica e farmaceutica, Torino con l’auto e i macchinari; Biella e Vercelli con il tessile; Catania con i farmaci; Massa Carrara con il marmo; Belluno con l’occhialeria. Conclude il quotidiano economico: «Agli effetti diretti andranno comunque aggiunti quelli allargati, legati all’impatto indotto dalla frenata. Perché a differenza, ad esempio, di quanto accaduto in Russia, dove il blocco del mercato interno per effetto delle sanzioni e del crollo del rublo è rimasto limitato all’economia di Mosca, qui si è in presenza di un mercato fortemente interconnesso, in grado di ostacolare la crescita non solo dal lato dei suoi acquisti ma anche delle vendite».

CINA 2 / PRODUZIONE E CONSUMI: SI RISCHIA IL CROLLO
Il quotidiano “La Prealpina” ha intervistato Rodolfo Helg, direttore della scuola di Economia e Management della Liuc di Castellanza. In sintesi, queste le tesi sostenute dal professore: «L’impatto che il Coronavirus potrebbe avere sull’economia europea, italiana e varesina, potrebbe essere più grosso di quello che a inizio secolo è stato registrato con la Sars. Due sono gli elementi che sono mutati nel tempo: da un lato la Cina è diventata parte essenziale della catena produttiva italiana e anche varesina; il Paese del Drago, poi, è diventato uno dei mercati di sbocco più importanti, oltre che consumatore di beni italiani». Il docente dice che «bisogna affrontare la chiusura prolungata degli impianti produttivi» perché molte aziende, anche nella provincia varesina, utilizzano componenti di produzione cinese. In mancanza di tali parti, ci si dovrà attrezzare per trovare valide alternative. Fatto sta, che «la catena della produzione è in subbuglio». Anche sul fronte dei consumi non mancano le preoccupazioni: «Le catene commerciali sono chiuse, i magazzini aperti sono vuoti e con i voli bloccati – prosegue Helg – i turisti non arrivano e non alimentano il mercato del lusso a loro tanto caro».

GLI AMERICANI CONTRO I DAZI USA SUL FOOD ITALIANO
In 24mila hanno lasciato il proprio parere sul sito United States Trade representative. Sono importatori, distributori, agenti, consulenti strategici, avvocati d’affari ed esperti in fiscalità, ristoratori, manutentori, installatori. Tutti americani. E tutti chiedono, come scrive Il Sole 24 Ore, che «non ci siano nuovi dazi sui prodotti food & wine italiani, dopo quelli addizionali del 25% applicati dal 18 ottobre scorso su formaggi, salumi e liquori e in previsione di una possibile nuova estensione delle tariffe doganali paventata entro il 15 febbraio». Gli americani lo hanno chiesto a gran voce al loro governo. Hanno chiesto di «non calcare la mano, pena la chiusura di molte aziende Usa o rincari inaccettabili per i consumatori locali». Insomma, chi con il made in Italy ci campa, è pronto a fare lobby. E l’Italia, con il nuovo direttore Ice-Italia Trade Office Antonio Laspina, farà la sua parte. Raddoppiando i fondi a sostegno della promozione del made in Italy, dai 14 milioni del 2019 ai 28 che arriveranno. Anche perché «vino, olio d’oliva e pasta valgono quasi la metà di tutto l’export agroalimentare: 2,86 miliardi nel 2018». E i dazi che l’America vorrebbe imporre su 47 prodotti del food italiano (per l’appunto olio, vino, pasta ma anche caffè, biscotti…) potrebbero avere un «valore teorico di 117,1 milioni se fosse confermato un export da 468,5 milioni come quello registrato dall’Ice nel 2018». Nel frattempo, il direttore dell’Ice dice di «non giocare solo in difesa, per presidiare i 54,74 miliardi di dollari di export italiano negli Usa nel 2018». Si esporta soprattutto nello stato di New York, in New Jersey, in California. Si potrebbe pensare anche al Texas. Le tensioni internazionali non mancano e il negoziato tra Europa e Usa è delicato. Nel frattempo, «a pagare sono le aziende, che per mesi devono assorbire i dazi senza ritoccare i listini».

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