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Crescita, lavoro, sostenibilità. Fatti non foste a viver come Ròbot

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E’ online da oggi il nuovo numero di Imprese e Territorio, il magazine di Confartigianato Imprese Varese che offre alle aziende e al territorio una visione non scontata e non allineata alle tematiche più scottanti dell’economia. In questo articolo Marco Magnani prova a spiegarci perché il territorio è ancora un valore fondamentale per gli imprenditori e il sistema produttivo.

Ci sta scuotendo un’innovazione diversa dalle precedenti. E il territorio è ancora in grado di svolgere un ruolo determinante nell’affrontarla, per Marco Magnani: «Può ancora rappresentare un vantaggio competitivo per le tante imprese che vi operano. È quindi vitale che le imprese investano nel territorio, nelle sue molteplici dimensioni – precisa – Tuttavia, tradizione e soldi non sono sufficienti. Occorrono soprattutto idee, visione, passione e coraggio. E leader».

«Fatti non foste a viver come ròbot – Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica” (Utet, https://www.utetlibri.it/libri/fatti-non-foste-a-viver-come-robot/) è l’ultimo libro dell’economista. Magnani vive da trent’anni fra Italia e Usa ed è docente di Monetary and Financial Economics in Luiss e Senior Research fellow alla Harvard Kennedy School.

«Nel corso della storia l’innovazione – tecnica, scientifica, tecnologica, organizzativa, commerciale, finanziaria – ha portato cambiamenti dirompenti, nell’economia e nella società, spesso scardinando equilibri consolidati – spiega – Ma nel lungo periodo ha sempre avuto un impatto positivo su crescita e occupazione». Stesso destino per quella attuale? I dubbi non mancano.

«La frequenza nell’introduzione d’innovazioni dirompenti non ha precedenti nella storia – racconta – In passato un’innovazione importante produceva, dopo un periodo di assestamento, un nuovo equilibrio nel mondo del lavoro che durava qualche generazione. Oggi ogni generazione è testimone di diverse innovazioni radicali e vive – con ansia crescente – un continuo cambio di equilibri».

Poi colpiscono velocità di penetrazione e pervasività delle attuali innovazioni. Ma anche il fatto che «all’automazione fisica si affianca sempre più quella cognitiva, con l’intelligenza artificiale che sostituisce molte mansioni intellettuali». Altri aspetti incalzano, ma i territori come possono venire incontro?

«In un precedente saggio (Terra e Buoi dei Paesi Tuoi) – ricorda il professore – sostengo che il territorio può essere l’arma segreta delle imprese italiana. Perché quando l’impresa investe in modo intelligente e lungimirante nel proprio territorio ne trae vantaggio competitivo e ritorno economico. Il concetto di territorio comprende dipendenti, clienti e fornitori, scuole, università e centri di ricerca, istituzioni e comunità».

La globalizzazione e la tecnologia – prosegue – stanno mettendo in crisi il tradizionale rapporto impresa-territorio: «Una risposta efficace alla sfida può paradossalmente venire dal territorio stesso. A due condizioni. Che il territorio cambi pelle, aprendosi al mondo, aggiornando la sua “offerta” all’impresa e diventando un’attraente opportunità d’investimento. E che l’impresa investa nel territorio, con una visione di lungo periodo ma perseguendo un ritorno».

L’Italia ha armi vincenti, storicamente, e può contare sulla tradizione dei distretti. Questi «devono tuttavia andare oltre l’ombra del campanile e superare i confini geografici del territorio, trasformandosi in “reti aperte” della conoscenza e delle competenze».

E in questo senso servono leader: «Grandi imprenditori e manager, che sappiano creare e gestire imprese, e che comprendano a fondo l’importanza strategica di investire nel territorio, nell’interesse dell’impresa».

Già, ma proprio parlando di impresa: le piccole sono più o meno a rischio? Marco Magnani la pensa così: «Le reti territoriali hanno consentito anche alle piccole imprese di avere successo sui mercati internazionali e di fare innovazione».

Unico, e indispensabile requisito, essere «inserite in una filiera produttiva, un ecosistema nel quale ognuna sia talmente specializzata e innovativa da rappresentare un tassello fondamentale e difficilmente sostituibile».

Essere radicate in un territorio offre una marcia in più: «Consente condivisione di infrastrutture e servizi, divisione del lavoro e specializzazione produttiva a livello locale, disponibilità di risorse umane qualificate, propagazione della conoscenza, elevati tassi di natalità e mobilità delle imprese. Nel distretto territoriale lo sviluppo procede dal basso e avviene “per propagazione” anziché “per accumulazione”».

Infatti lo stesso know-how può essere condiviso da diverse imprese, tra cui anche startup, senza ulteriori costi.

E dalla sinergia si passa all’effetto moltiplicatore: «A ogni passaggio che avviene da un’impresa all’altra, conoscenza e competenze migliorano, si perfezionano, si affinano, adattandosi a nuove situazioni e incorporando diverse esperienze».

Quindi, «a fronte della crescente pressione dell’economia globale – osserva Magnani – le imprese di piccole dimensioni hanno storicamente trovato nel territorio un baluardo di difesa, un fattore di competitività».

Insomma, la strada non è per forza tracciata.

«Emergono suggerimenti innovativi da blue economy, economia civile, economia circolare, sharing economy, convivialismo, movimenti dei commons – narra Magnani – Nessuna proposta sembra rappresentare un modello di crescita alternativo completo. Tuttavia da alcune di queste emergono spunti innovativi che possono rendere il sistema tradizionale più sostenibile».

Da evitare la tentazione di rottamare: meglio aggiustare. Obiettivo, «cercare di ottenere una crescita che possa ricreare le condizioni del proprio futuro. Perché sostenibilità significa “tenere su” (sustinere), cioè mantenere una certa condizione nel tempo, evitando che perda le proprie caratteristiche».

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