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Home Il mondo non aspetta: per affrontarlo bisogna essere preparati. Ma se il pubblico non ce la fa…

Il mondo non aspetta: per affrontarlo bisogna essere preparati. Ma se il pubblico non ce la fa…

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#Rassegnastampa

L’ITALIA PIGRA, DEVE SCOMMETTERE SUL LAVORO
Basta parlare di pensioni! Il messaggio inviato dal Corriere della Sera è chiaro: «L’Italia non capisce che il problema centrale, per gli italiani, resta l’occupazione. Quindi, abbiamo bisogno di un sistema che dia risposte efficaci a tutti i disoccupati, qualunque sia la loro condizione». Sono quattro i segnali che, secondo il quotidiano, il governo dovrebbe dare ai cittadini: «Primo: il ripristino dell’assegno di ricollocazione, unica misura nazionale a vocazione universalista in favore di chi ha perso il lavoro. Secondo: rivitalizzare il tavolo di cooperazione tra ministero del lavoro, Anpal e tutte le Regioni per monitorare il programma di spesa delle risorse legate al reddito di cittadinanza. Terzo: riprendere la collaborazione con le principali agenzie del lavoro europeo, con le quali era già stato avviato un proficuo scambio di buone pratiche sia per quanto riguarda l’organizzazione degli sportelli fisici che per quanto riguarda i sistemi informativi e di scambio dei dati. Quarto: è necessaria una radicale riprogrammazione della formazione professionale, in stretta connessione con la domanda di competenze espressa dalle imprese. Una programmazione che può essere efficace solo se realizzata in coordinamento tra i ministeri dell’Istruzione e del Lavoro, le Regioni, i fondi bilaterali, gli enti di formazione, gli Its, le università e le associazioni imprenditoriali».

L’ISTRUZIONE PROFESSIONALE E I CAPITALI PRIVATI
La sfida, però, non è semplice. E’ giusto, corretto, strategico e fondamentale scommettere sulla formazione professionale, ma a patto che sia adeguata ai bisogni imprenditoriali e ai tempi delle scommesse tecnologiche. Ecco perché anche in Italia sta crescendo la domanda di formazione specializzata e continua. Il digitale, inoltre, ne moltiplica le modalità e anche da noi il venture capitale investe sulle scuole. Ne scrive il Sole 24 Ore: «L’educazione superiore italiana piace sempre di più agli investitori privati. Non sono solo i francesi, i cinesi, gli spagnoli e gli svizzeri a muoversi dentro e fuori i rispettivi territori per aumentare la loro potenza di fuoco nella formazione privata d’eccellenza. Lo fanno anche gli italiani: Galileo Global Education ha comprato l’istituto Marangoni nel 2011 e poi Domus Academy e Naba nel 2017, costituendo il principale gruppo italiano di private education in ambito fashion, arte e design. Qualche settimana fa, la Luiss Business School ha acquistato l’Amsterdam Fashion Academy, boutique di alta formazione nella moda e nel lusso». D’altronde, sono quattro gli elementi che attraggono gli investitori. Li elenca il quotidiano economico: «La domanda di nuovi servizi spinge a privilegiare l’offerta privata, garantendo una buona redditività soprattutto nel lungo periodo. Una porzione crescente di studenti ha disponibilità di spendere e traslocare, a patto di ottenere servizi adeguati e di poter accedere ad un mercato del lavoro più interessante di quello nazionale. Terzo: le scuole private devono investire per attrarre i migliori professori presenti sul mercato internazionale, migliorare le infrastrutture, offrire online education e aprire nuove sedi su nuovi mercati. Infine, il monopolio dell’istruzione tradizionale è messo in discussione da opportunità tecnologiche che rendono possibile la produzione e la distribuzione di contenuti in modo sino a pochi  anni fa inimmaginabile».

PROFESSIONALITA’ ITALIANA AL SALONE DEL MOBILE
I cinesi, forse, non ci saranno. Ma è anche possibile che ne arrivino 30mila. Le speranze del Salone del Mobile di Milano – dal 21 al 26 aprile – sono appese al tempo: due mesi possono essere più che buoni per capire l’andamento del coronavirus e per una sua probabile soluzione. Certo è che anche senza cinesi, lo scrive il Sole 24 Ore, «il Salone ha una forza attrattiva internazionale che porta a Milano buyer da 184 Paesi. Però, i cinesi sono tra i visitatori più numerosi dell’evento e la Cina è un mercato importantissimo per la maggior parte delle aziende presenti. Quel mercato che, negli ultimi anni, ha registrato la crescita più dinamica». Insomma, la presenza dei cinesi farà la differenza perché molte tra le aziende presenti a Milano, «si giocano mediamente il 30% del loro fatturato annuo proprio partecipando al Salone». Comunque, l’organizzazione dell’evento è pronta a trovare soluzioni valide e alternative: «Raggiungere i potenziali buyer cinesi attraverso strumenti digitali che serviranno anche per il futuro». Quei buyer che contano, perché «tra Cina e Hong Kong, quest’anno le imprese attive nel settore dell’arredo rischiano di perdere un 13% del fatturato realizzato lo scorso anno proprio al Salone del Mobile».

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