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Il Coronavirus ha cambiato il mondo. E’ la fine della globalizzazione?

613598-gettyimages-476433472Di fronte all’epidemia da Coronavirus, uno dei fronti che dimostra prime e grosse falle è quello della globalizzazione. Il fronte debole nel quale, fino all’altro ieri, «si credeva fermamente e oggi qualche riflessione bisogna pur farla». Riflessioni amare. Ci si organizza, giorno dopo giorno. Ma non sono sufficienti le video conferenze, le call con Whatsapp e via Skype, lo smart working – «che in ambito produttivo non conta»: a dirlo sono sempre le imprese – e la spinta ad essere fiduciosi. Per forza. Il morale però non cala, e con esso anche la voglia di risorgere.
Cristiano Peroni, sales manager della Peroni Ruggero di Varese, azienda leader in smart automatic solution tradizionalmente legate a scuola e ufficio che con la Cina e i Paesi dell’area asiatica ci lavora, conta i giorni: «Tutto procede a singhiozzo: avremmo dovuto ricevere alcune attrezzature in dicembre, ma forse arriveranno in aprile. I contatti riaperti con gli Stati Uniti, si sono immediatamente interrotti; la fiera di Dortmund, in Germania, probabilmente non si terrà in giugno. Infine, tre settimane fa avremmo dovuto andare in Vietnam: abbiamo rinunciato. Ora, però, sono i vietnamiti a non venire da noi».
Fornitori e clienti cinesi si sono rimessi nelle mani del governo «che ormai ha dato il via libera per la riapertura di alcune aziende – dice Fernando Reali della Bbr Exclusive Car Models di Saronno – Noi abbiamo una linea di prodotti realizzati in partnership con alcune imprese cinesi nel Guangdong, dove si realizza l’80% della produzione per il mondo. Sono positivo, ma temo il disastro: molte aziende che fino ad oggi ce l’hanno fatta, sconteranno la loro dipendenza dalla Cina. Perché da lì un container, via nave, arriva da noi in 28 giorni, ma poi c’è la dogana e la burocrazia: prima di 45 giorni, ciò di cui hai bisogno non arriva. In questo buco di tempo, non c’è più nulla. Abbiamo creduto tutti nella globalizzazione». Anche la Bbr che, però, al pari di altre realtà produttive del nostro territorio non ha rinunciato ai rifornimenti di materie dalla culla europea: «Con la produzione italiana, pago gli stipendi e gli ordini non mancano».

Il punto di domanda è lì, fermo, sull’economia di cui le piccole e medie imprese sono un motore fantastico. Che se in alcuni casi rischia di incepparsi, in altri si sta già fermando. Però non è così per la Almar di Gavirate, la Gea Srl di Castelseprio e la Ratti Luino Srl di Cassano Valcuvia. Qui l’emergenza Coronavirus non esiste: «Certo è presto per fare una valutazione – commenta Marco Civelli della Almar – ma lavorando nel comparto dei sistemi doccia per un target di lusso, forse avvertiremo qualche rallentamento in aprile. In questi momenti, le persone non hanno certo voglia di pensare al bagno. Per quanto ci riguarda acquistiamo pochi particolari dalla zona meno contaminata della Cina, dove il 50% delle attività ha ormai ripreso. Però, penso sia venuto il momento di capire se quei pezzi li potrei acquistare in Europa. Una valutazione che, di fronte al Coronavirus, penso faranno in molti: i consumi e le nostre abitudini cambieranno. Quindi è probabile che in futuro le imprese saranno costrette a produrre meno, ma con una qualità ancora maggiore. Si acquisterà solo quello che serve». Ne è convinto anche Andrea Gatti della Gea Srl (fonderia specializzata nella produzione di flange in alluminio) che commenta: «Negli anni abbiamo sentito la concorrenza di Cina e Germania. Ora alcuni clienti che si servivano da loro, sono tornati da noi: le nostre materie prime sono tutte certificate Made in Italy, e il fornitore più lontano sta a Brescia. Se oggi corro un rischio, è quello di intasare l’azienda di ordini. Comunque, sì: quando apro internet mi viene l’ansia, ho paura che il contagio arrivi anche qui ma penso che questo allarmismo sia smisurato. Probabilmente, da tutto questo l’economia europea ne uscirà cambiata ma più forte».

Questo è anche il pensiero di Andrea Locatelli della Ratti Luino Srl, dove «si compra da Svizzera e Germania, ma poi si fa tutto in Italia». La Cina sta dove sta, perché in quest’azienda leader nella produzione di torcitoi per il meccanotessile, «fino ad oggi la situazione è sotto controllo, anche se qualche avvisaglia c’è: il commerciale che era in Spagna è rientrato in anticipo, la macchina pronta per il mercato francese partirà ma slitterà il montaggio. Fiere posticipate ovunque: in Germania e in Svizzera, a Ginevra. Così come non si farà l’assistenza negli Stati Uniti, programmata da tempo. Per ora la situazione non ha assunto ancora tinte drammatiche: è possibile che fra un mese o due, tutto sia cambiato».

Come stanno cambiando le imprese. Per esempio la Gimac di Castronno, che produce sistemi di estrusione per dispositivi medici, già tempo fa stava lavorando ad una piattaforma di telegestione dei progetti che in questi momenti, dice il co-titolare Simone Maccagnan, «si è fatta ancora più preziosa. Intelligenza artificiale, realtà aumentata, robotica e telecomunicazioni fanno tutti parte di questa interfaccia che ci permette di risolvere anche i problemi più complicati, da remoto. Certo, il Coronavirus sta lasciando il segno: due fiere in Giappone, uno fra i nostri principali Paesi-partner, sono state cancellate; abbiamo fatto appena in tempo a partecipare a quella in America; la conferenza di Roma sulla chimica di processo è saltata. Di fronte a tutto questo, le imprese non abbasseranno la guardia, ne sono sicuro. Però penso sia importante mantenere anche un livello reciproco di umanità: alcuni amici statunitensi ci stanno inviando alcune mascherine così come noi della Gimac le abbiamo spedite alla Cina nei momenti più critici del virus».

 

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