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Perdite del 30% in un mese: dovremo ripartire da tecnologia e supply chain

unnamedSolo in questo primo mese di emergenza sanitaria, alcune piccole e medie imprese del territorio varesino rischiano «un calo del fatturato di oltre il 30%». Impiantisti, manutentori di grossi impianti industriali per energia elettrica e termica, serramentisti, imprenditori nel settore della plastica e della meccanica, dicono di vivere una «situazione surreale, ma se non lavori non fatturi. E se non fatturi, prima o poi si dovrà pensare al Fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato o alla Cassa integrazione».
Chi produce per conto terzi dipende da grossi fornitori che acquistano le materie prime nel mondo; chi lavora in cantiere, non ci può andare; chi è nel settore della plastica o della meccanica si deve riorganizzare. Come tutti: «Di fronte ad un peggioramento della situazione, la produzione chiuderà: siamo con le spalle al muro». In un’azienda che produce serramenti, venti tra titolari e dipendenti, oltre la metà dei collaboratori è già a casa. «In questo momento – ci dice un imprenditore che acquista materie prime dall’Europa, dal Far East ma anche dalla Cina e dalla Corea – ce la caviamo solo perché il capannone è di nostra proprietà e l’indebitamento con le banche è minimo. Se così non fosse, dovremmo parlare di catastrofe».
Abbiamo chiesto a Luca Solari, professore ordinario di Organizzazione aziendale all’Università degli Studi di Milano, una valutazione su ciò che dovranno affrontare le imprese nel prossimo futuro e quali saranno le sfide aperte da un’economia che, dopo il Coronavirus, sarà irrimediabilmente diversa.

dsc_3918_cropProfessore, è una questione di sopravvivenza?
Per molte imprese lo è. E’ anche vero che, però, ogni singolo caso è diverso per natura dei processi, tipo di capitalizzazione, fase annuale dei cicli di produzione durante l’arrivo del Coronavirus e il peggioramento del contagio, risorse a disposizione.

Si deve mettere tutto in discussione?
Dobbiamo riflettere su cosa stiamo imparando da questa crisi e non risolvere il problema solo nell’immediato. In sintesi, creare condizioni di funzionamento diverse concentrandoci sul risk management. Gli stessi Stati devono sviluppare analisi di rischio che possano aiutare poi ad affrontare situazioni reali. Quindi prepararci a situazioni al limite ed essere in grado di gestire questi eventi. Capire, per esempio, quali possono essere le fonti finanziarie che ci permetteranno di vivere.

Riorganizzazione anche per le piccole imprese?
Non si deve solo pensare ad ottimizzare l’organizzazione (quello che si sta facendo oggi) ma riflettere sulle tecnologie a disposizione o da inserire in azienda, sulle proprie competenze e quelle dei propri collaboratori, pensare a come poter riconvertire alcune attività di produzione. Quindi, cosa sto facendo e cosa potrei fare. Inoltre, ci sono molte tecnologie che ci permettono di lavorare in modo diverso, ma lo stiamo scoprendo con troppa fretta. Bisogna avere ridondanze finanziarie, ridondanze di business e ridondanze in termini di capacità organizzativa per funzionare in modo diverso.

Insomma, questa è una situazione in cui si devono affrontare e risolvere le proprie fragilità?
In questa situazione, molti imprenditori si stanno chiedendo se una volta finita la crisi, la loro azienda ci sarà ancora. E se poi ci sarà un boom economico, le attività che svolgono queste aziende esisteranno ancora? Ricordiamoci che la Cina sta uscendo prima di noi dal Coronavirus, e quando ci sarà la ripresa complessiva, questa nazione sarà già pronta per occupare nuovi mercati. Non possiamo considerare questo stop come una pausa che porterà ad una ripresa. Sarei meno ottimista nella valutazione: bisogna lavorare adesso per ragionare nuovamente su forniture e supply chain. L’off-shoring, per esempio, non funzionerà più. Meglio pensare ad un mix tra l’acquisto di prodotti o materie prime da Paesi lontani e da nazioni più vicine a noi. Affrontare le logiche di magazzino, il rapporto tra disponibilità e prezzo (si produceva in nazioni lontane per avere un prezzo più basso anche a costo di dover affrontare logistiche complesse), riscopriremo il valore dell’Europa come nostra fornitrice di beni e materie prime. Infine, convincersi del fatto che a volte abbiamo dato per scontato logiche che, invece, non funzionano.

Si dovranno riorganizzare anche le infrastrutture?
Dobbiamo usare questa esperienza per creare organizzazioni migliori. Decidere e organizzare in modo diverso; dare priorità a ciò che prima trattavamo con leggerezza. Leggo sul Wall Street Journal: “Forse è venuto il momento di guardare il tuo router”. Tutti noi dovremmo sapere un po’ di più come funziona la tecnologia; dobbiamo cablare tutta Italia; a Milano c’è il 10-15% di famiglie che non può accedere velocemente alla rete. Se c’è una cosa che il pubblico deve fare, è proprio questa: creare infrastrutture. Trasporti, reti e reti digitali. E poi la formazione a distanza, i gruppi di lavoro interdisciplinari, guardare i problemi da angolazioni diverse: per un paio di anni, ci saranno persone che soffriranno – a causa di questa crisi – di un forte stress post traumatico. Ma vorrei aggiungere un’ultima cosa…

Prego…
Si dice che l’Europa non abbia fatto niente per l’Italia. In realtà, la questione è un’altra: sono i singoli stati in Europa che non hanno fatto niente. Abbiamo troppa, poca Europa. E abbiamo lasciato troppa sovranità ai singoli Paesi che ne fanno parte. Ricordiamoci che una volta usciti da questa epidemia, non potremmo chiuderci in noi e non considerare ciò che accadrà in Cina o in Australia: ci sarà sempre un mondo con il quale dover fare i conti.

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