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Home Davide Galli: «Nel DL Rilancio, il rilancio non c’è. Overdose di assistenzialismo»

Davide Galli: «Nel DL Rilancio, il rilancio non c’è. Overdose di assistenzialismo»

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464 pagine, 256 articoli, 55 miliardi di interventi. Tanto assistenzialismo, poco futuro, molteplici “azioni risarcitorie” ma nessuna “azione costruttiva”. Una valanga di ammortizzatori sociali, e il blocco ai licenziamenti, ma nessun piano industriale di rilancio del Paese. E neppure l’ombra di quella spending review e di quel taglio alle tasse (taglio, non rinvio) che potrebbe mettere forza nei muscoli delle imprese, affinché possano ritrovare da sole la spinta per ripartire davvero.

«L’analisi? Critica. In una parola: nel decreto Rilancio vedo tutto fuorché il rilancio delle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni». Davide Galli ha trascorso la notte a leggere le bozze di un decreto mostre che richiede più tempo ad essere interpretato che ad essere attuato e che, ancora una volta, «è l’occasione persa dal Governo per semplificarci la vita».

Sul piatto i soldi ci sono: 16,5 miliardi sono destinati alle imprese. Ma sono «iniezioni di assistenzialismo puro, che porteranno lo Stato a un rapporto debito-Pil del 150% dal quale difficilmente ci risolleveremo. E, a quel punto – è la domanda del presidente di Confartigianato Imprese Varese – a chi si tornerà a chiedere i soldi?». Ça va sans dire, la risposta è nella domanda: alle imprese. Che, a quel punto, «saranno in ginocchio o, peggio, in overdose da assistenzialismo statale, strette tra adempimenti burocratici ai quali talvolta è impossibile adempiere, scarsa liquidità, iniezioni di bonus ed ecobonus estemporanei di ogni genere e di contributi pubblici, e nell’impossibilità di garantire il massimo dell’efficienza produttiva».

I soldi, insomma, ci sono, ma «quello che manca è lo scenario di rilancio. Per dirla in altro modo, c’è l’acqua ma non il bicchiere. E c’è sempre l’incubo delle tasse, dell’indebitamento e di numeri che non inducono a pensare in positivo».

Vale la pena metterne in ordine qualcuno: l’88,9% dell’export italiano lo scorso anno si è concentrato su mercati che ad aprile hanno registrato una completa chiusura delle attività. Le previsioni della Commissione europea pubblicate mercoledì scorso indicano per l’Italia una riduzione del 13% del volume delle esportazioni. Altri dati contenuti nel Spring european economic forecast della Direzione generale degli Affari economici e finanziari della Commissione delineano lo shock per l’economia italiana rappresentato dalla pandemia di coronavirus. Nel 2020 l’economia italiana registrerà una contrazione del Pil del 9,5%, con la Grecia (-9,7%) la peggiore nell’Unione europea. L’allentamento progressivo delle misure di contenimento dovrebbe creare le condizioni per una ripresa; tuttavia la crescita prevista del 6,5% per il 2021 non recupera interamente le perdite di quest’anno. Nel 2020 il Pil pro capite per l’Italia, valutato a prezzi costanti, ritornerà sui livelli del 1994.

«A fronte di questo contesto, resta il problema della liquidità, con il Fondo centrale di Garanzia che si è trasformato in imbuto, sommerso come è dalle tane richieste, mentre in Germania i fondi sono già da giorni nelle tasche delle imprese – prosegue Galli – Male anche la cassa in deroga, che ora verrà lasciata in capo all’erogazione da parte dell’Inps». Ma è evidente che tanta farraginosità incaglia le ruote di aziende che stanno provando a rimettere in moto i motori: «Questo Governo aveva l’occasione della vita, poteva incentivare la capitalizzazione delle imprese, incentivare la digitalizzazione, togliere definitivamente (sottolineo questa parola) l’Irap e dirottare quei fondi sui capitali aziendali ma non ha fatto nulla, nonostante una manovra che raddoppia per importo una tradizionale legge di bilancio».

A questo s’aggiungano i protocolli Inail che impongono alle aziende di ottemperare a misure di sicurezza necessarie ma pesantissime, senza che lo Stato – in supporto – faccia test, tracciamenti, e attui adeguate misure di quarantena protetta per i Covid-positivi. «Ancora più grave – rincara la dose Galli – è il fatto che venga attribuita la responsabilità, anche penale, in capo alle imprese: se lo Stato non fa, non può chiedere alle imprese di prendere il suo posto. Non siamo enti pubblici, siamo imprenditori desiderosi di fare impresa. Disposti anche a dare, come abbiamo dimostrato anche in fase di lockdown con le deroghe chieste alle prefetture, ma insofferenti nel vedere tre miliardi destinati ad Alitalia e neppure una parola sul taglio al debito pubblico».

Dietro l’angolo c’è dunque una «statalizzazione mascherata»? S’interroga con preoccupazione il presidente di Confartigianato? Anche perché, «tutti gli interventi messi in atto a supporto delle imprese sono a debito, e dovremo ripagarle. Chi riuscirà a farlo? Quale filosofia imprenditoriale lasceremo in dote ai nostri figli, alle nuove generazioni imprenditoriali? L’assistenzialismo o il liberismo, la voglia di rischiare per intraprendere e far crescere il benessere?».

Critiche, ma anche proposte: Galli, che di mestiere fa l’imprenditore meccanico a Gallarate e che tutti gli obblighi e le difficoltà di questo periodo le sta provando sulla propria pelle, è abituato così: dice le cose chiare, ma prova anche a costruire un percorso propositivo.  «Ho un’idea sul futuro: bisogna accompagnare le imprese in un percorso di innovazione di prodotto e di processo e incentivare la formazione, sia dei dipendenti delle aziende che dei titolari, sfruttando il credito d’imposta. Questo serve, dobbiamo costruire, mettere mattoni di conoscenza e di sviluppo»

Insomma, la situazione è tutt’altro che in discesa: i prossimi saranno mesi difficilissimi, le responsabilità messe in capo alle imprese finiranno per intasare il sistema giudiziario, e la burocrazia metterà le aziende in difesa, più che in attacco. La liquidità, dal canto suo, arriverà in ritardo: meglio sarebbe stato ripiegare su più azioni con credito d’imposta per stimolare gli investimenti. Il quadro, di contro, è quello «di provvedimenti che ancora inseguono l’emergenza – dice Galli – Noi imprenditori, invece, ci saremmo aspettati il futuro: qui lo sguardo è rivolto all’indietro, noi pensiamo al domani, ai nostri figli. Lo Stato, invece, nei nostri confronti ha un atteggiamento impositivo, da controllore e punitivo. Non si fida e, alla fine, porterà noi a non fidarci di lui». Rilancio? Per ora no.

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