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Mascherine a 0,50 cent: è già finita la produzione Made in Italy?

coronavirus-vittime-usaCon l’ordinanza 11/2020 è stato fissato un prezzo massimo per la vendita delle mascherine chirurgiche: 0,50 euro l’una. Se da un lato questa è una buona notizia per gli acquirenti (ammesso che riescano a trovarle), per le aziende molto probabilmente significa la fine del tentativo di riconversione avviato negli ultimi due mesi.

Analizziamo numeri e informazioni: le mascherine, prima della crisi, costavano meno di 0,30 euro. Il consumo era minore e la produzione era per quasi la totalità spostata nei paesi asiatici a basso costo di mano d’opera, tanto che all’inizio della crisi era praticamente impossibile trovare mascherine chirurgiche made in Italy.

E ora, si trovano le mascherine?

Chiunque abbia provato ad acquistarle nell’ultimo periodo, oltre a fare fatica a trovarle, si è trovato a pagarle molto di più di 0,30 euro: giusto o sbagliato che sia, quando un bene scarseggia il suo costo aumenta.

Di qui la corsa alla produzione interna di mascherine per salvare il Paese, con possibilità di immettere sul mercato mascherine senza certificazione ma con autocertificazione approvata dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e gli accordi con le università – ad esempio il Politecnico di Milano – per far testare i materiali.

Bando Invitalia per la conversione delle produzioni:

  • 114 domande ammesse, di cui 102 per la produzione di DPI (perlopiù mascherine)
  • Investimenti ammessi: 53.428.738 euro
  • Agevolazioni concesse: 39.927.788 euro
  • Produzione mascherine chirurgiche: 3.716.050
  • Mascherine FFP2: 396.300
  • Mascherine FFP3: 500.660

Alcune aziende, a questo punto, cercano il TNT certificato dalle università e, se lo trovano, iniziano a confezionare mascherine manualmente.

Altre si buttano sulle mascherine a uso collettivo (per le quali vale più o meno tutto) che non si sa se funzionino, si possono vendere al prezzo che si vuole e, di fatto, è come fossero un capo di abbigliamento.

Arriva poi il prezzo obbligato: che succede?

«Aziende artigiane, dimenticativi di produrre mascherine chirurgiche: da una nostra indagine, infatti, l’incidenza del materiale pesa tra 0,10 – 0,15 euro. Se poi ci mettete la mano d’opera per confezionarle manualmente, i conti sono presto fatti e si capisce che produrle è impossibile» dice Mauro Colombo, direttore generale di Confartigianato Varese.

Il commissario straordinario Domenico Arcuri, dal canto suo, ha comunicato che cinque aziende sono in grado di produrre le mascherine a 0,38 euro, che «arriveranno a darcene 660 milioni» (fonte Repubblica) e che «da lunedì potremmo distribuire 12 milioni di mascherine al giorno». «Un risultato straordinario – ha detto sempre Arcuri – Da luglio ne potremo distribuire 18 milioni al giorno, ad agosto 25 milioni, a settembre quando riapriranno le scuole 30 milioni» (fonte Il Tempo).

«Quindi 102 domande per fare DPI quando in realtà bastavano cinque aziende? E 39.927.788 di euro per fare cosa, se le mascherine non si produrranno?» aggiunge ancora Colombo.

«In Italia siamo circa 60 milioni, le mascherine sono usa e getta e, se va bene, a settembre ne avremo una ogni 2 abitanti. Per adesso, una ogni cinque».

«Penso che le mascherine siano la dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, del perché alcune produzioni sono state dislocate. È inutile illudere le aziende del Paese pensando che possano rientrare le produzioni – conclude il direttore generale di Confartigianato Varese – Se le produzioni sono andate verso Paesi con ridotto costo della mano d’opera ci sono motivazioni economiche forti e aspettative sui prezzi d’acquisto bassi da parte dei consumatori».

Quindi, per tirare le somme, non rimane che:

  • sperare di trovare mascherine chirurgiche a 0,50 euro, dato che quelle di costo superiore, anche se made in Italy, non si dovrebbero trovare
  • comprare i DPI (FFP2 o FFP3) che costano molto di più e per i quali non è possibile calmierare i prezzi (si pensi di imporre alla 3M di vendere le mascherine al prezzo imposto da noi)
  • comperare le mascherine ad uso collettivo, che probabilmente non servono a nulla ma posso essere vendute liberamente al prezzo che si vuole.
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