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Smart working, protocolli di sicurezza e cassa integrazione: come è cambiato il lavoro?

catturaIl lavoro che cambia ai tempi del Covid-19 e le incertezze della ripartenza nelle aziende, tra smart working, protocolli di sicurezza e cassa integrazione. A diradare qualche dubbio sulle insidie della transizione post-lockdown, nell’ennesima puntata del ciclo “Dialoghi in diretta” di Confartigianato Imprese Varese, è un tris di esperti della “squadra” di Confartigianato Artser, confrontandosi con l’attualità e con le domande degli imprenditori. «Uno scenario inusuale anche per noi operatori del diritto – rivela l’avvocato Claudia Chiuppi, specializzata in diritto del lavoro – siamo stati messi alla prova perché in questi 4 mesi il mondo è cambiato, e abbiamo avuto la dimostrazione che bisogna stare al passo».

Riorganizzazione aziendale
Dal punto di vista organizzativo, l’emergenza sanitaria ha imposto una riorganizzazione che nei mesi del lockdown è stata spesso lasciata alla buona volontà di imprenditori e collaboratori, ma che con la Fase 2 è stata definita dal protocollo per la sicurezza sul lavoro siglato dal governo e dalle parti sociali. «Rappresenta il quadro normativo e la modalità attuativa del lavoro oggi – sintetizza Claudia Chiuppi – detta le linee guida a cui le aziende devono attenersi per permettere di lavorare in salute e sicurezza per evitare il contagio dal Covid. Introduce prescrizioni sull’analisi del rischio e l’uso dei dispositivi di protezione a seconda del rischio a cui l’azienda è soggetta, prevede la formazione di comitati che controllano l’attuazione delle misure di contenimento e la  verbalizzazione delle misure poste in essere, indica le regole per la sanificazione e la riorganizzazione del lavoro sulla base delle esigenze di distanziamento sociale». Una delle opportunità offerte alle imprese è «la rimodulazione dell’orario di lavoro», come spiega Sabino Piattone, consulente del lavoro. «Flessibilità di orario, attraverso l’utilizzo di un orario multiperiodale o di modifiche nella distribuzione dell’orario di lavoro, magari anche alternando l’applicazione degli ammortizzatori sociali alla rimodulazione degli orari».

Smart working
E poi c’è lo smart working, il cosiddetto “lavoro agile”, un termine ormai entrato a forza nella quotidianità di molti lavoratori. «Più che di smart working parlerei di lavoro emergenziale o domiciliare – puntualizza però Sabino Piattone – lo smart working vero e proprio prevede un’alternanza tra casa e ufficio e l’utilizzo di postazioni fornite dall’azienda. Fino al 31 luglio potrà andare avanti in modo semplificato, ma poi andrà reimpostato, sulla base di accordi sindacali e di una precisa regolamentazione delle condizioni di utilizzo e della copertura infortunistica. Non dimentichiamo i rischi che comporta, come l’isolamento dall’azienda, il burnout, e l’esigenza di staccare dalla postazione di lavoro per usufruire del proprio tempo libero».

Controlli
Un tema centrale, alla luce dell’inevitabile riorganizzazione a cui le imprese hanno dovuto fare fronte in questi mesi, è quello dei controlli. Che riguarda sia quelli interni a cura del datore di lavoro, sia quelli da parte delle autorità competenti (Ispettorato territoriale del lavoro, Inail, Carabinieri e Guardia di finanza). «Si svolge come un’ispezione ordinaria, sentendo imprenditore, lavoratori e rappresentanti delle aziende e dei lavoratori – sottolinea l’avvocato Chiuppi – ma si sviluppa con un verbale di verifica Covid a partire da una check list che riporta tutte le prescrizioni dei protocolli. Gli ispettori controllano che tutto quanto prevista venga posto in essere e visionano tutta la documentazione. Un’ulteriore differenza risiede nel fatto che eventuali omissioni o difformità sono di competenza non dell’Ispettorato ma della Prefettura».

Ammortizzatori sociali
Il ricorso agli ammortizzatori è stato inevitabile per la maggior parte delle attività imprenditoriali, ma è anche uno dei punti di maggior incertezza. Al 22 maggio, il Fondo di Solidarietà Bilaterale dell’Artigianato (FSBA), che è l’ammortizzatore sociale delle imprese del settore, in provincia di Varese ha ricevuto richieste da 3.615 imprese per un totale di 13.156 lavoratori. Un dato proporzionalmente in linea con quello regionale (39.056 imprese per poco più di 150mila lavoratori) e con quello nazionale (201mila imprese per 745mila lavoratori).

Ma sulle tempistiche previste dal governo per la cassa integrazione (9 settimane prima del DL Rilancio e altre 5 settimane più 4 a partire dal primo settembre in base all’ultimo Decreto, per un totale di 18 settimane), i conti potrebbero non tornare, perché «all’epoca della pubblicazione del Decreto Rilancio gli ammortizzatori erano già esauriti – fa notare Emanuel Pocaterra, consulente del lavoro – stiamo consigliando un uso oculato dell’ammortizzatore sociale, prestando attenzione all’organizzazione del lavoro». L’avvocato Claudia Chiuppi mette in evidenza «il rischio di un vulnus normativo» legato alla «discrasia» tra la scadenza delle prime 14 settimane di cassa integrazione, per alcune aziende che non hanno lavorato «già a fine maggio o entro giugno», e il termine del 17 agosto del divieto di licenziamento per giusto motivo oggettivo. «Sarebbe necessario unificare i termini – spiega l’avvocato del lavoro – per non trovarsi nell’impossibilità sopravvenuta alla prestazione», che fa venir meno la specularità tra prestazione lavorativa e compenso economico: in soldoni, l’azienda non potrebbe pagare il lavoratore e quest’ultimo non sarebbe coperto da Naspi. Ad oggi infatti l’anticipo delle ultime quattro settimane di ammortizzatori sociali (attivabili tra l’1 settembre e il 31 ottobre) sarebbe consentito solo per alcuni settori come turismo, cultura, spettacolo, parchi, cinema. «Su questo e sui criteri di computo della cassa integrazione – ammette Pocaterra – ci aspettiamo dei chiarimenti interpretativi In sede di conversione del Decreto Rilancio».

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