Cerca:
Home Emilio Colombo (Cattolica): «Con il Recovery Fund meno ostacoli alle imprese»

Emilio Colombo (Cattolica): «Con il Recovery Fund meno ostacoli alle imprese»

foto_recovery_fund_confronto
Con il Recovery Fund approvato dal Consiglio europeo, l’Italia si porterà a casa 208,8 miliardi di euro. Da ottobre, il nostro Paese – così come tutte le nazioni europee – dovrà presentare alla Commissione un piano di “ripresa e resilienza” per comunicare come verranno spese le risorse. La sfida è aperta perché si va dalla digitalizzazione dell’economia alla riforma della Pa, dalla maggiore liquidità per le imprese al rafforzamento del sistema sanitario pubblico. Inoltre, sui mesi autunnali pesano due incognite: la seconda ondata pandemica e un’ulteriore flessione occupazionale. La domanda che comanda, è questa: come spenderemo le risorse europee?
Lo abbiamo chiesto a Emilio Colombo, professore ordinario di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano, che ci dice: «Le sfide sono alla nostra portata, però se vogliamo giocare in Champions League non possiamo sempre lamentarci con l’arbitro perché non ci dà il rigore. Dobbiamo imparare a giocare».

L’Italia può considerare il Recovery Fund un suo successo sulla scacchiera europea?
L’Italia si è portata a casa un grande successo. Da due punti di vista. Il primo: il Recovery Fund rappresenta una svolta epocale, perché è la prima volta che l’Europa decide di fare un pezzo di politica fiscale comune. Non è mai accaduto che si indebitasse congiuntamente per trovare risorse da utilizzare. Il secondo punto: il nostro Paese si è portato a casa più soldi di quanto pensasse: molti di più dei 175 milioni iniziali.

Lei come spenderebbe il “tesoretto” italiano?
Per quanto riguarda la burocrazia, i margini di manovra sono illimitati. Su alcune cose, invece…Il Codice degli appalti realizzato dal nostro Governo è più complicato di quanto prevedono le norme europee. Inoltre, ci sono molti settori in cui l’Italia dovrebbe liberalizzare più di quanto abbia mai fatto: per esempio le licenze per la manutenzione delle autostrade. Il punto è il risultato, non chi fa i lavori: perché mi deve interessare se vince la gara d’appalto un’impresa italiana o tedesca? Lo Stato deve preservare l’interesse pubblico, facendo da controllore. Ma non lo fa.

Poi?
L’istruzione: in questo campo, da anni non stiamo facendo niente. Il tasso di laureati, nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, porta l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea dietro alla Romania. Una persona poco istruita oggi, lo rimane per tutta la vita: ha difficoltà a trovare lavoro, è meno propensa ad innovare, non “rischia”. Con la Brexit, per esempio, si sono aperti spazi immensi per accogliere quegli studenti che non vanno nel Regno Unito perché temono di pagare rette più alte rispetto a quelle del pre-Brexit. L’Olanda ha fatto incetta di ragazzi con corsi in inglese, organizzati molto bene, la maggior parte gratuiti. Noi non l’abbiamo fatto, ed è un peccato perché non ci mancano né le risorse e neppure le capacità. Il problema dell’Italia, sono i processi decisionali troppo lunghi.

I tre punti sui quali si concentra da anni l’impresa italiana sono tre: taglio delle tasse, semplificazione burocratica, accesso al credito. Con i fondi europei, si potrà fare qualcosa?
Le risorse dovranno essere usate per tagliare gli ostacoli alle imprese. Però non taglieremo le tasse: siamo troppo indebitati, e ai nostri figli lasceremmo un debito ancora più grande di quello attuale. Piuttosto, dovremo tagliare le spese. E così taglieremo anche le tasse. Non dobbiamo spendere risorse per qualcosa che è infruttuoso. Per esempio, la riforma delle pensioni l’avevamo già fatta – prima con Lamberto Dini e su fino a Elsa Fornero – e poi l’abbiamo disfatta.

La sfida che ha di fronte l’Italia non è da poco: ce la faremo?
Ne sono certo, anche se la questione non è solo e tanto di incapacità: bisogna voler semplificare le cose. E’ soprattutto una questione di responsabilità nelle decisioni. Pensi alla Pubblica amministrazione: se potessimo mettere a produttività la maggiore efficienza della Pa, avremo un vantaggio enorme.

Si sa che l’Italia non è molto abile nel gestire e spendere bene i fondi europei. Come si dovrà comportare?
Questo è vero, ma qui l’Europa non c’entra. Se non sappiamo spendere, la colpa è nostra e interessa anche una questione di governance. Vorrei ricordare che la metà dei soldi ottenuti dal Recovery Fund è regalata. Inoltre, se si guarda ai numeri la Commissione ha dato all’Italia ciò che pensava di avere all’inizio dei confronti in Europa più il Mes (36 miliardi). Il bello è che il Mes è senza condizioni (i fondi vanno usati per la sanità, d’accordo), mentre il Recovery Fund ha una forte condizionalità. Dovremmo fare le cose con pragmatismo. Faccio un esempio.

Prego…
Ho un figlio di 18 anni che mi chiede 50 euro. Non dico di no, ma è lecito chiedergli a cosa gli servano quei soldi. Lui dice che ci deve comprare un paio di scarpe. Bene. Dopo due giorni gli chiedo se ha comprato le scarpe. Mi informo. E lui risponde: no, perché sono uscito con i miei amici e i soldi me li sono bevuti con l’aperitivo.

L’Italia è come un diciottenne?
No, certo, ma se si ottengono finanziamenti a fondo perduto, è normale che chi ce li dà controlli che vengano usati in modo produttivo. E’ la famosa “condizionalità” posta dalla Commissione europea. Poi potremmo anche discutere del fatto se si tratti o meno di lesione di sovranità, ma se vogliamo il denaro dobbiamo accettare certi controlli.

Quelle risorse servono, inutile mentire…
Certo. E indebitarci sul mercato ci lascerebbe con il cappello in mano: a chi compra titoli di Stato devi pagare gli interessi, ma a quale prezzo? E così è per i prestiti: la banca che decide di concedere un prestito ad un’azienda, chiede un piano di rientro, progetti, valutazioni. E la banca controlla. Fosse per me, sarei contento se il Primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte, controllasse i conti dell’Italia: potrebbe essere la volta buona per mettere in campo quelle riforme che non abbiamo mai fatto. Mettiamoci nei passi di un olandese: l’Italia ha dato il via a Quota 100 e al reddito di cittadinanza. Noi sussidiamo persone buttando soldi. Le famiglie vanno aiutate, è giusto, ma ci sono tanti modi per farlo. Inoltre, abbiamo “evitato” il controllo del Consiglio dei Ministri europeo spostandolo sulla Commissione: non è detto che si sia passati da una condizionalità hard ad una soft. Perché con il Consiglio si può arrivare ad un compromesso; si potrà fare lo stesso con la Commissione europea?

TORNA SU