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La crisi picchia duro: a rischio chiusura una piccola impresa su tre. Pil a -11,2%

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#Rassegnastampa

L’AUTO VA COME UN TRENO
Una nuova mobilità che metta insieme strada e rotaia, auto e treno nelle loro declinazioni più avanzate: auto elettrica e alta velocità, per rendere realmente sostenibile il nostro modo di spostarci. E’ questa l’idea visionaria che hanno avuto Gianvito Lionetti e Sara Armocida, i fondatori di Crain Mobility, start up innovativa nata a Torino. «Esiste davvero un mercato per un’iniziativa di questo tipo?», chiede la Prealpina ai due. Ecco la risposta, nata anche dalla collaborazione con l’Università Liuc di Castellanza: «L’auto diventa a tutti gli effetti uno scompartimento del treno, ed è il treno – da sempre a propulsione elettrica – a ricaricare la batteria dell’auto. Si tratta di un’integrazione fisica e funzionale auto-treno che non si limita al trasporto dell’auto al seguito, ma alla possibilità di raggiungere qualunque destinazione mediate il segmento di viaggio più lungo sull’alta velocità ferroviaria. L’imbarco e lo sbarco della vettura avvengono con i passeggeri e i bagagli a bordo in maniera totalmente automatica. I nuovi terminali saranno un’opportunità di riqualificazione di scali ferroviari dismessi». L’idea farà breccia nelle abitudini del viaggiatore italiano? A questo ci hanno pensato gli studenti dell’ateneo di Castellanza, che hanno lavorato «per stimare il potenziale di domanda e il livello del prezzo di entrata, anche tenendo conto della concorrenza».

L’INDAGINE ISTAT: UN’IMPRESA SU TRE E’ A RISCHIO CHIUSURA
Un’impresa su tre potrebbe chiudere
. Lo dice l’Istat sulla base di un’indagine su realtà con più di tre addetti: il 38,8% delle aziende italiane (pari al 28,8% dell’occupazione; circa 3,6 milioni di addetti) «denuncia l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno», scrive il Sole 24 Ore. Il pericolo chiusura è più alto tra le microimprese (40,6%) e le piccole (33,5%). Tra le medie, il 22,4% del campione teme il disastro. Le grandi registrano, invece, un 18,8%. Oltre sei alberghi e ristoranti su dieci rischiano la chiusura entro un anno: a rischio ci sono 800mila posti di lavoro. La Stampa sottolinea che «criticità rilevanti sono state riscontrate dal 65,2% delle imprese dell’alloggio e della ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto) e dal 61,5% delle aziende dello sport, cultura e intrattenimento con i loro 3,4 miliardi di euro di valore aggiunto e 700mila addetti. L’Istat, però, vede «a maggio i primi segni di ripresa dei ritmi produttivi dopo e un aumento delle esportazioni extra-Ue, mentre a giugno il miglioramento della fiducia appare generalizzato tra i settori economici». A non fermarsi è l’erosione dell’occupazione.

PIL: ITALIA, LA PEGGIORE D’EUROPA CON -11,2%
L’impatto economico del lockdown è più grave di quanto inizialmente previsto: in Italia il crollo del Pil dovrebbe essere, quest’anno, dell11,2% per poi registrare una ripresa – nel 2021 – del 6,1%. In maggio, la Commissione europea aveva previsto rispettivamente -9,5% e +6,5%. La recessione italiana è quasi doppia rispetto a quella tedesca: -11,2% rispetto a -6,3%. Nella zona euro, l’economia dovrebbe calare dell’8,7% nel 2020 (7,7% stimato in maggio); la ripresa è prevista del 6,1% nel 2021 (due mesi fa si era previsto il 6,3%). Per quanto riguarda ancora il nostro Paese, il Sole 24 Ore scrive che «la Commissione nota che l’industria dovrebbe recuperare prima del turismo. Il ritorno della crescita ai livelli del 2019 è previsto solo alla fine del 2021. Le prospettive di crescita rimangono soggette a rischi al ribasso. Una prolungata recessione del mercato del lavoro, una volta scadute le misure di emergenza, e la riduzione della fiducia dei consumatori potrebbero frenare la prevista ripresa».

COVID 19: FIRMATO L’APPELLO SUI RISCHI DA “AEROSOL” DI VIRUS
La notizia è sul Corriere della Sera: «La trasmissione aerea di Sars-CoV-2, attraverso particelle che rimangono sospese nell’aria emesse da soggetti positivi, potrebbe diventare una delle frontiere della lotta alla pandemia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha ammesso che il problema esiste». Nei luoghi molto affollati, la trasmissione aerea non si può escludere. Tra i firmatari della petizione (239 scienziati di 32 Paesi), c’è anche Giorgio Buonanno, ordinaria di Fisica tecnica ambientale all’Università di Cassino e alla Queensland University of Technology di Brisbane, in Australia. Che dice: «Le gocce più piccole di saliva, chiamate aerosol, sono soggetti a fenomeni di evaporazione e possono rimanere sospese in aria per un tempo lungo. In generale, i luoghi in cui può avvenire più facilmente la trasmissione sono quelli chiusi di dimensioni ridotte e con limitata ventilazione. Le probabilità aumentano anche in base al tempo di permanenza dei soggetti e se questi parlano a voce alta: in questo caso, possono emettere 100 volte più carico virale rispetto a chi parla a bassa voce». Come rendere sicuri ospedali, scuole, residenze per anziani e uffici? Risponde, il professore: «La ventilazione gioca un ruolo fondamentale. Purtroppo, in Italia la cura della qualità dell’aria indoor non è mai stata affrontata, delegando alla semplice ventilazione naturale il compito di pulizia. Per mettere in sicurezza gli ambienti, servono investimenti importanti». E le mascherine? «Quelle chirurgiche riducono le possibilità di contagio da aerosol in luoghi chiusi, ma non in modo rilevante. Le Ffp2, le Ffp3 e le N95 hanno invece un’efficienza molto elevata, anche nei confronti delle goccioline piccole».

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