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Teniamoci i talenti ribelli: cambieranno le regole e miglioreranno il mondo. ONLINE IL MAGAZINE

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Visioni di normalità: come ci ha cambiato la pandemia sanitaria diventata emergenza economica? Come può cambiarci ancora? Quali insegnamenti possiamo imparare e a quale realtà dobbiamo abituarci? Ci siamo posti domande di straordinaria quotidianità sul nuovo numero di Imprese e Territorio. Un numero che non dimentica ciò che è stato, il nostro recentissimo, doloroso e incredibile passato, ma guarda avanti, nel tentativo di costruire con voci, storie e vite la nuova normalità dell’economia e della società.

Il mondo nella fase 3 può rinascere con i leader. Con i ribelli, quelli veri che sanno spezzare i vincoli in maniera positiva. E si trovano in ogni azienda: anzi, tutti dovrebbero essere talenti ribelli.

Francesca Gino, Tandon Family professor di Business Administration alla Harvard Business School, ricercatrice e autrice di diversi libri (tra cui “Talento Ribelle” edito da Egea), inclusa da Thinkers50 nei 50 management thinker più influenti del pianeta, è trascinante esprimendo la sua speranza: «Che per i leader, per tutti noi, questo diventi un momento di riflessione, e un’opportunità per cambiare il modo in cui approcciamo il lavoro e gli altri. Spero che il cambiamento sia per il meglio. Spesso leader in diverse organizzazioni sostengono che la risorsa più importante siano i loro dipendenti. Questa crisi ha dato loro la possibilità di dimostrarlo nelle loro azioni». Ciò significa fare in modo che ci siano le opportunità di apprezzare il lavoro invece di vederlo come una fonte di frustrazione, nonché assicurarsi di incoraggiare la ribellione costruttiva.

La professoressa Gino non ha dubbi: essere ribelli sarà fondamentale. Solo che è un termine capace di creare fraintendimenti, mentre lei precisa: «Sembra che ci sia un’idea fissa di ribelli. Sono creativi, le storie ci dicono, ma difficili per lavorarci insieme, i fanatici del controllo che creano il caos, persone che preferiresti non avere come capo o impiegato. Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare ai ribelli: non significa essere un emarginato o un piantagrane. Quelli efficaci infrangono le regole in modi positivi e produttivi. Ed ecco perché avere il 100% di ribelli è utile».

I RIBELLI FANNO DOMANDE
Cita casi concreti: «Quando ho incontrato Massimo Bottura, dell’Osteria Francescana in Modena, mi ha mostrato una foto di un artista concettuale cinese, Ai Weiwei, che aveva distrutto un vaso di 2000 anni: un’urna cerimoniale di grandi dimensioni in argilla, a forma di vaso di fiori contemporaneo. In un istante, infranti due millenni di storia. Perché? E per cosa? Un nuovo inizio. Quando pensiamo ai ribelli, pensiamo ai guai – e prosegue – Bottura ha infranto la tradizione trasformando ricette italiane tramandate da secoli. Mise in discussione le procedure di cottura e creò versioni innovative e spesso sorprendenti dei piatti tradizionali».

Quindi il ribelle rompe le cattive abitudini. E ce ne sono tante: «Ci appoggiamo a ciò che è comodo e familiare, fallendo facilmente nella routine. Preferiamo la certezza al dubbio. Accettiamo i ruoli sociali che ci vengono trasmessi, quasi senza domande, e seguiamo il punto di vista della maggioranza. I ribelli fanno domande con curiosità e guardano lo stesso problema o situazione da più punti di vista. Non hanno paura di esprimere opinioni sul lavoro o di rendersi vulnerabili di fronte agli altri».

La professoressa ha già avuto modo di evidenziare cinque elementi chiave nel talento ribelle. Si parte dalla novità, la ricerca di ciò che ci spinge a un superamento verso il nuovo. Poi la curiosità: «L’impulso che da bambini spingeva noi tutti a domandare di continuo “perché?”. Il terzo elemento è la prospettiva, la capacità con cui i ribelli ampliano costantemente la loro visione del mondo per riuscire a scorgerlo con gli occhi degli altri. Il quarto è la diversità, la tendenza a sfidare certi ruoli sociali predeterminati per raggiungere quanti possono apparire differenti». Infine l’autenticità: «I ribelli abbracciano tutto ciò che fanno, rimanendo aperti e vulnerabili per entrare in contatto con gli altri e imparare da loro».

Così una giusta dose di ribellione comporta una miscela di questi tratti: «Solo così si possono cambiare le cose per il meglio, con un approccio di rispetto invece di essere arroganti».

Che cosa può significare in azienda? Ci sono due vie. La prima, attendere che la crisi passi. La seconda? «Ripensare il modo in cui lavoriamo, chiedersi quali sono gli elementi che hanno funzionato bene in passato da ritenere e quali da gettar via – sottolinea – Il secondo approccio è molto più vincente. E ci darà il coraggio di ridisegnare il futuro del lavoro».

Un esempio classico: «Prima del Covid19, non pensavamo fosse possibile incontrarsi virtualmente per discussioni importanti. Invece lo si può fare, come abbiamo imparato. Questa scoperta ci porterà a pensare più attentamente alle scelte, a quando viaggiare, a come organizzare incontri, a come connettersi con altri colleghi».

IL FUTURO INCORAGGI I RIBELLI
La speranza di Francesca Gino è altresì che questa crisi profonda crei una chance per migliorare: «Spero che smetteremo di prendere le cose e le persone per scontato, che apprezzeremo più spesso le parti del lavoro o della vita di cui siamo grati, e che ci prenderemo il tempo di esprimere la nostra gratitudine. Spero anche che la collaborazione continui a portare fuori energia positiva. E che il futuro delle aziende incoraggi i ribelli». Ma quanti ne servono, in un’impresa?  La risposta è sorprendente: «Il cento per cento. È solo quando usiamo questi elementi chiave del talento ribelle che sentiamo gioia nel lavoro che facciamo, un senso di soddisfazione completa nella vita. Quindi perché fermarsi a meno?».

Così come il leader deve essere sì confidente, ma anche umile. Cita Greg Dyke al suo arrivo alla Bbc all’inizio del 2000: «Per segnalare il tipo di cambiamento che voleva vedere, il nuovo direttore generale ha distribuito cartellini gialli come quelli degli arbitri. Se un membro dello staff ha visto qualcuno cercare di bloccare una buona idea, dovrebbe sventolare il cartellino giallo in aria e parlare. Dyke voleva che i dipendenti usassero le carte per “dare un taglio alle stronzate e farlo accadere”».

Ecco, i ribelli ispirano con le azioni: «Le organizzazioni hanno molto da guadagnare premiando l’esempio che hanno impostato. Incoraggiare il giusto tipo di violazione delle regole è ciò che i leader di oggi devono fare per aiutare le loro organizzazioni (e se stessi) ad adattarsi».

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