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Mondo imprese: l’economia circolare, la liquidità, la crisi e il rischio “zombification”

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#Rassegnastampa

QUATTRO DECRETI PER L’ECONOMIA CIRCOLARE: ECCO IL “NEW DEAL” DEI RIFIUTI
Un cambiamento radicale interesserà, da sabato 26 settembre, anche l’Italia. In quel giorno, infatti, entrerà in vigore il decreto legislativo 116/2020 che, in attuazione delle direttive 2018/851/Ue e 2018/852/Ue, rende concreta per il nostro Paese la disciplina comunitaria dell’economia circolare dettando nuove disposizioni in tema di rifiuti, di imballaggi e relativi rifiuti. Un decreto che incide direttamente sulla vita di tutte quelle imprese che producono e gestiscono rifiuti. Il 27 settembre, invece, sarà la volta del D. Lgs. 118/220 (rifiuti di pile e Raee) e del D. Lgs. 119/2020 (riutilizzo delle parti dei veicoli fuori uso). Si attende la pubblicazione dell’ultimo decreto, che interesserà le discariche di rifiuti.
Su www.asarva.org, il sito di Confartigianato Imprese Varese, potrete seguire gli aggiornamenti in tempo reale attraverso uno Speciale di approfondimento dedicato all’ampio mondo dei rifiuti, i risultati ottenuti dal sistema Confartigianato per agevolare le proprie imprese e alcune interviste che spiegheranno cosa accadrà non solo a livello nazionale ma anche regionale e locale.

CREDITO ALLE IMPRESE: LA BCE ALLENTA LA STRETTA, MA LE IMPRESE DEVONO INVESTIRE
«Le banche potranno prestare di più, con meno capitale», si legge sul Corriere della Sera nell’articolo che parla della decisione della Bce di aiutare un’altra volta gli istituti di credito per evitare che restringano il credito alle imprese. A patto, però, che gli imprenditori spendano questo denaro facile (disponibile a tassi minimi). Infatti, secondo un’analisi Barclays «il surplus di liquidità è aumentato di 1.200 miliardi di euro da metà marzo, e altri mille miliardi in più sono attesi entro metà 2021 grazie ai programmi di acquisto titoli della Bce. Le imprese, però, non usano questo denaro per nuovi investimenti ma preferiscono tenerlo in cassa per affrontare eventuali imprevisti, o per pagare debiti preesistenti». La decisione della Bce sarà valida fino al mese di giugno 2021 e si affiancherà ai programmi di creazione monetaria attraverso l’acquisto di titoli e il mantenimento sottozero dei tassi. Nonostante le azioni sulla «leva finanziaria», è la cautela a guidare le decisioni di alcuni Paesi. La capoeconomista della Banca Mondiale, Carmen Reinhart, sostiene che «ci vorranno fino a cinque anni per riprenderci dalla recessione post-Covid».

LA CRISI DA COVID MENO PESANTE DI QUELLA DEL 2009. MA LE PMI SOFFRONO
Da un lato, l’analisi congiunturale di Mediobanca apre squarci positivi sul futuro delle imprese (quelle di grosse dimensioni) e dall’altro sostiene le tesi americane della prudenza. Infatti, la crescita ci sarà ma non per tutte le aziende. Il Sole 24 Ore scrive che «l’entità della crisi si prospetta non peggiore di quella del 2009, quando erano esplose le conseguenze del fallimento della banca Lehman Brothers. Però, le Pmi sono destinate a soffrire di più delle grandi aziende e, al di là del manifatturiero, ci sono settori che finiranno per pagare un conto più salato. E’ il caso dell’immobiliare (si teme un crollo dei ricavi del 22% rispetto lo scorso anno), dell’edilizia (-20%) e dei trasporti (-19%). Fanno un po’ meglio il comparto petrolifero (flessione delle entrate prevista intorno al 13%) e la fornitura di gas e elettricità (-12%)». Il Covid-19, però, ha dato una spinta ad altri settori coinvolti nella gestione della crisi sanitaria: il chimico registra una flessione del 7% e la produzione di vetro a uso medico del 5%. Il quotidiano economico sottolinea che «la crescita è un miracolo per pochi. I segni più nel comparto manifatturiero sono a portata solo della farmaceutica (che potrebbe chiudere il 2020 con ricavi in aumento del 4%) e l’alimentare (+2%). L’area del commercio non alimentare, invece, avrà un vero e proprio tracollo con una contrazione del giro d’affari tra il 20% e il 30%.

“IMPRESE ZOMBIE”: UNA MALE (NON SOLO ITALIANO) CHE DISTRUGGE L’ECONOMIA
Per salvare imprese e mercato si è fatto tanto: dalle moratorie sul debito al sostegno al costo del lavoro, dallo smart working al sostegno alla liquidità. Di azione da mettere in campo, però, ce ne sarebbe un’altra: togliere di mezzo le cosiddette «imprese zombie». Ne scrive Italia Oggi: «In Italia, nel 2007 queste imprese avevano assorbito il 7% di capitale, mentre nel 2013 si era già al 19%». Cosa sono le “imprese zombie”? Quelle che non generano profitto per almeno due anni, che “galleggiano” per parecchi anni e finiscono con il determinare pesanti e pericolosi squilibri nel mercato, perché «generano una concorrenza eccessiva influendo negativamente anche sulla crescita delle imprese sane. La responsabilità va all’abbassamento (tendente allo zero) del tasso di interesse da parte delle banche centrali e alla conseguente propensione all’”azzardo morale” di accrescere il debito di impresa. Insomma, i prestiti hanno mantenuto in vita anche imprese decotte». Gli effetti della crisi da Covid-19 potrebbero essere sconvolgenti, soprattutto se i Paesi non sapranno gestire i fondi messi a disposizione per la ripresa economica. Fondi che non dovranno andare alle “imprese zombie”: solo il 2% di queste, infatti, chiude definitivamente, mentre il «60% riesce a riprendersi anche se resta estremamente debole e fragile».

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