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Varese-Svizzera alla prova del Covid: come cambia il lavoro oltreconfine?

shutterstock_1663717363Varese e la Svizzera: un rapporto di simbiosi economica fatto di opportunità e di criticità continuamente messo alla prova. Anche in modo contraddittorio. Dopo il lockdown, su un piatto della bilancia pende l’incognita del referendum del 27 settembre sulla limitazione della libera circolazione dei lavoratori stranieri che potrebbe aprire le porte all’incubo di una sorta di “Swissexit”, e sull’altro la prossima apertura della Galleria di Base del Ceneri che avvicinerà ancora di più Varese e la Lombardia alla Svizzera e al Nord Europa, sia per i passeggeri sia per le merci. Nella nuova puntata del ciclo “Dialoghi in diretta” di Confartigianato Imprese Varese una panoramica della situazione, tra occasioni e rischi, per accendere i riflettori su quel che succede al di là del confine.

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LA PROVA DEL COVID
Per il futuro più prossimo monta una certa preoccupazione perché l’onda del lockdown si sta facendo sentire anche nel Canton Ticino, dove si registra un meno 2,9% di occupati nel 2020 rispetto al 2019, contro il meno 1,1% della media svizzera, con un calo concentrato soprattutto nel terziario (-3,3%). «Numeri che rispetto ai nostri segnalano una congiuntura significativa, anche se ragionandoci rispetto al periodo che stiamo attraversando non ci fanno impallidire – ammette Giuseppe Augurusa, responsabile nazionale frontalieri della Cgil – anche perché il Pil della Svizzera in questi mesi si sta rivelando decisamente migliore del nostro. Però sono emersi alcuni punti delicati nel rapporto Italia-Svizzera, a partire dalla consapevolezza di un’interconnessione straordinaria tra le due aree divise da una frontiera che, in un’area economica comune, appare sempre più come qualcosa di incidentale».

Lo testimonia l’andamento dei flussi nel periodo più acuto della pandemia, quando i quasi 76mila frontalieri sono scesi a 11mila (la differenza è finita per il 50% in telelavoro e per il 50% in una riduzione di orari analoga alla nostra “cassa integrazione”), di cui quattromila impiegati nel sistema sanitario. «Tanto che ad un certo punto oltre il confine si è temuta la chiusura delle frontiere da parte dell’Italia» sottolinea Augurusa, facendo notare il paradosso rispetto alle ripetute iniziative referendarie sull’immigrazione. «In una fase di glocalizzazione, il tema del trasferimento del lavoro e delle merci è un tema comune che va affrontato insieme – spiega il sindacalista Cgil – invece i rapporti istituzionali al tempo del lockdown si sono concentrati soprattutto sui valichi, come se fosse l’unico aspetto: si pone un tema di coordinamento istituzionale».

LA FOTOGRAFIA
L’identikit delle imprese che operano in Canton Ticino, spiega Matteo Campari del servizio estero di Confartigianato Artser, esperto di normativa elvetica, «è un mosaico composito, fatto di tante competenze dinamiche, che rendono vincente la collaborazione transnazionale, al di là delle criticità esistenti». Lontano da quell’immagine stereotipata che spesso viene restituita, anche a colpi di «fake news, come quella degli italiani che portano via il lavoro».

Un quadro fatto di «medie, micro o piccole industrie e operatori singoli che operano in tutta la Svizzera, sempre più specializzati e caratterizzati dalla presenza di altissimi profili professionali», che presidiano non solo i settori più tradizionali della filiera dell’edilizia, con l’arredo e gli “artigiani della casa”, ma anche la grande famiglia della manifattura industriale legata al Made in Italy (produttori di macchinari e di impianti nei settori medicali, alimentari e altri) e i prestatori di servizi nel mondo dell’informatica, del catering, della ristorazione. Ma un altro mito da sfatare è quello della Svizzera come «meta facile» per chi cerca nuove opportunità di business.

«Ha tante peculiarità che vanno tenute in considerazione, al di là della vicinanza geografica – ammonisce Campari – le formalità burocratiche e la rigidità degli organi di controllo preposti della Confederazione non vanno mai prese sotto gamba, per non rischiare di “scottarsi” con le sanzioni. Oggi ad esempio gli artigiani e le aziende che operano in Ticino si trovano di fronte ad una serie di formalità, che vanno dalla notifica della prestazione d’opera, da fare otto giorni prima, alle cauzioni da versare a livello cantonale per le prestazioni dei dipendenti, fino al calcolo retributivo e alle problematiche relative alle professioni regolamentate, che richiedono un riconoscimento da parte dell’ente preposto a livello svizzero».

EFFETTO ALPTRANSIT
Un mondo in evoluzione, anche grazie alle opportunità offerte dalla recente inaugurazione della Galleria di Base del Ceneri, ultimo tassello per completamento del progetto Alptransit, che accorcia ancor di più le distanze tra la Svizzera e l’Europa. Un’opera che ha un valore «non solo fortemente simbolico» avverte Giuseppe Augurusa, ma che «cambia alla radice la stessa definizione di frontalierato dell’accordo del 1974, come migrazione di corto raggio. Oggi ad esempio c’è anche il fenomeno dei frontalieri non fiscali: un pezzo di finanza e industria farmaceutica arriva da Milano e non da Como o Varese». La mobilità veloce e l’innovazione tecnologica contribuiscono ad allargare il raggio delle opportunità sull’asse tra Italia e Svizzera, anche al di là delle tradizionali connessioni territoriali. Ecco perché «è paradossale che il dibattito si concentri sul limitare la circolazione delle persone – fa notare il responsabile frontalieri della Cgil – è la più grande contraddizione, mentre le merci circolano così velocemente».

L’INCOGNITA DEL REFERENDUM
Sì, perché il prossimo 27 settembre la Svizzera sarà chiamata ancora una volta alle urne per un referendum che potrebbe minare gli accordi bilaterali sulla libera circolazione dei lavoratori tra la Confederazione e l’Unione Europea. L’iniziativa popolare federale “Per un’immigrazione moderata”, promossa dai nazionalisti dell’Udc, «è in realtà, al di là del nome, piuttosto estremista», come spiega Giuseppe Augurusa. «Una iattura dal punto di vista economico, sia per la disponibilità di manodopera sia perché la Svizzera si regge su questo sistema. Ma veniamo dalla Brexit e da un mondo che parla alla pancia, quindi i rischi che possa essere approvata ci sono. Già nel 2014 il referendum passò, ma fu il Gran Consiglio a giudicarlo incompatibile con gli accordi bilaterali».

Allora fu proprio il Canton Ticino a registrare i maggiori consensi alla limitazione della libera circolazione degli stranieri. «Il dumping però non dipende dal frontalierato in sé, ma dalla contrattazione individuale – rimarca Augurusa – nella Svizzera italiana a parità di lavoro gli stipendi dei frontalieri sono il 30% più bassi dei lavoratori svizzeri, ma nella Svizzera francese solo dell’11% in meno e nella Svizzera tedesca addirittura sono più alti dell’1%». Così occorre stare all’erta. «È un’iniziativa – rincara la dose Matteo Campari, del servizio estero di Confartigianato Artser – che andrebbe a colpire anche i nostri artigiani e lavoratori autonomi nell’accesso al mercato svizzero».

IL PROGETTO DI LEGGE AREE DI CONFINE
Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella al di qua del confine. Fatta di una fascia di territorio di confine che, da un lato, si poggia sui ristorni dei frontalieri per la gestione ordinaria degli enti locali, «risorse che non possono essere sottratte», come fa notare Giuseppe Augurusa, e che dall’altro subisce la concorrenza del più competitivo Ticino, che “porta via” alle imprese del Nord della Provincia di Varese la manodopera specializzata, allettata dai salari svizzeri. Ecco perché Confartigianato Imprese Varese ha promosso la proposta di legge “Aree di Confine”: «Per evitare che questa fuoriuscita di competenze, persone e ricchezza possa lasciare nei territori di frontiera solo poche sparute realtà, già penalizzate da condizioni geografiche non semplici – sintetizza Matteo Campari – un’iniziativa di spessore che dobbiamo impegnarci a riportare all’attenzione, come strumento a beneficio delle imprese e di tutto il tessuto economico e sociale del territorio. L’auspicio è che con le nuove amministrazioni che usciranno dalle urne di settembre si riattivino tavoli di dialogo costanti e focalizzati su queste tematiche».

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