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Home DOPO LA DIRETTA. Imprese a caccia di semplificazione: consigli utili per cambiare la PA

DOPO LA DIRETTA. Imprese a caccia di semplificazione: consigli utili per cambiare la PA

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Le imprese alla ricerca della semplificazione perduta. Un mantra che da anni viene invocato a parole da più parti, ma che evidentemente non ha prodotto grandi risultati, in un Paese in cui le complicazioni della burocrazia pesano ancora per 5 miliardi di euro e 45 giorni di lavoro all’anno. «E costano – aggiunge Antonio Belloni, consulente aziendale e saggista – da un lato in termini di mancata conoscenza, quando escono delle nuove normative, perché costa non sapere ma anche reperire informazioni da esperti, mentre ad esempio in Francia hanno due volte all’anno una finestra in cui la Pubblica Amministrazione comunica in modo chiaro come cambieranno le normative. E dall’altro in termini di tempo, perché ritardi e lungaggini costano, così come l’incertezza della durata dei provvedimenti». Tanto più al tempo dell’emergenza sanitaria, che sta producendo decreti a raffica, nei quali però il 72% dei provvedimenti ancora richiede le norme attuative per renderli pienamente applicabili.

«La complicazione è uno stato patologico della complessità dei nostri ordinamenti giuridici, inevitabile perché in quelli moderni lo Stato fa un sacco di cose e ha bisogno di tante regole – sintetizza Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – la semplificazione è il tentativo di un’autorità legislativa ed esecutiva di provare ad eliminare questa patologia. Almeno in teoria, perché se andiamo a vedere la realtà, magari con l’occhio dell’imprenditore, l’esperienza ci dice che la semplificazione è uno strumento di complicazione. Tutte le volte che l’autorità di governo ha provato a semplificare, ha finito per complicare ancora di più. E non solo in Italia, dove forse la patologia è ad uno stadio più avanzato». Il problema, per Sileoni, è che nel nostro Paese si è sempre prediletto un «approccio formalistico e procedurale» alla semplificazione – nuove leggi e regole per semplificare quelle già esistenti – mentre invece è uno sforzo che richiederebbe «un approccio contenutistico e sostanziale alle politiche pubbliche», vale a dire «quante cose vuoi che la pubblica amministrazione faccia e quanto vuoi che la regola sia data dall’insieme delle eccezioni».

Eppure le imprese chiedono, insistentemente, di semplificare. Confartigianato ad esempio invoca per il Decreto Semplificazione l’introduzione di tre principi chiave: lo “once only”, secondo cui la Pubblica Amministrazione non può chiedere all’imprenditore di ribadire quello che ha già detto e che la PA dovrebbe conservare; lo “one in-one out”, per cui ogni norma nuova dovrebbe sostituirne una già esistente; e il “gold planting”, che vieta di introdurre oneri e adempimenti superiori rispetto a quelli previsti dalle normative europee. Principi che appaiono persino banali. «Articoli e commi dei decreti sono come le righe del software di una App – l’esempio di Belloni – la PA dovrebbe ragionare in termini di user experience e mostrarci solo l’interfaccia. L’esperienza però ci dice che tra fare meglio e fare meno, si sceglie sempre la seconda». Oltretutto, ricorda Sileoni, «il principio once only è già legge dal ’90, lo prevede la legge sul procedimento amministrativo – ricorda Sileoni – manca la volontà amministrativa e burocratica, rispetto alla quale gli imprenditori sono inermi, data un’asimmetria che in un ordinamento come il nostro è ineliminabile». Così le imprese e i professionisti sono costretti a stare «in trincea» e «a studiare», come sottolinea Elena Brusa Pasquè, presidente provinciale dell’Ordine degli Architetti.

«Ma il tempo della conoscenza costa, ed è un’ubriacatura di norme da studiare, che va a discapito della qualità del nostro lavoro». L’esempio paradossale è proprio «il decreto semplificazione, che è passato dai 65 articoli e 305 commi del testo originario a 110 articoli e 435 commi della versione attuale. Mi chiedo se dobbiamo prendere una laurea in legge per interpretare questo decreto».

E poi c’è l’altra faccia della semplificazione, che è la deroga, come nel caso dell’innalzamento delle soglie delle progettazioni e degli appalti: «Ma occorre piuttosto semplificare il modo di fare i concorsi – invoca Brusa Pasquè – perché dobbiamo difendere la concorrenza leale».

Ora le nuove sfide che il sistema Paese è chiamato ad affrontare sono quelle del Recovery Fund, dove il rischio è che si scelga di «parcellizzare i fondi in una miriade di forme di sostegno, la politica dei bonus e dei sussidi a pioggia, dove si annida molto del clientelismo e di quella imprenditoria clientelare che non ha mai fatto bene all’economia», e soprattutto la riforma fiscale. «La semplificazione fiscale è, da sola, un intero programma di governo» rivela Serena Sileoni. Anche perché «la complicazione amministrativa per il 90% è legata agli adempimenti fiscali».

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