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Home A fare la spesa sì, ma dal parrucchiere no. E qualcuno si improvvisa nelle sanificazioni

A fare la spesa sì, ma dal parrucchiere no. E qualcuno si improvvisa nelle sanificazioni

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#Rassegnastampa

A FARE LA SPESA SI’, MA DAL PARRUCCHIERE NO. CONFARTIGIANATO VARESE NON SI ARRENDE
Pochi giorni fa, Confartigianato Varese aveva scritto al Prefetto Dario Caputo (l’articolo lo trovate qui: “Spesa fuori dal comune: vale anche per i parrucchieri?“) per risolvere una questione che, per molte imprese artigiane, è questione di sopravvivenza: se si possono superare i confini del proprio Comune per raggiungere il supermercato più economico, si può fare lo stesso per andare dal parrucchiere o dal gommista di fiducia? Il Prefetto ha risposto: «No a parrucchiere e gommisti fuori dal comune». Leggete QUI.
L’interpretazione del comma 1 del Dpcm del 3 novembre 2020 è chiara, nonostante le prefetture di Sondrio, Cremona, Brescia e Bergamo abbiano dato versioni diverse. Permettendo gli spostamenti dei cittadini al di fuori del loro comune di residenza per raggiungere i professionisti di fiducia. A commentare la decisione del Prefetto di Varese, Dario Caputo, è il presidente di Confartigianato Varese Davide Galli: «Intravediamo il rischio dei due pesi e delle due misure, con i centri commerciali per i quali è stata certificata una “apertura” direttamente dal Governo e gli artigiani fermi all’angolo». Di fronte a questa decisione, Confartigianato Varese non si ferma: la questione è ora sui tavoli dei consiglieri di Regione Lombardia.

IL BUSINESS DELLE SANIFICAZIONI. MA OCCHIO A CHI IMPROVVISA
Ne scrive la Prealpina: «Su un totale di 800 imprese di pulizia con sede nella provincia Varese, 250 oggi hanno il codice Ateco che consente di sanificare. Rispetto a un anno fa, si contano 15 imprese di pulizia nuove. Il settore, puntando sulla sanificazione, si è risollevato da un blocco totale dell’attività verificatosi da febbraio a luglio, quando la maggior parte dei clienti sono stati chiusi». Adesso, però, si devono fare i conti con la concorrenza sleale di imprese improvvisate «che propongono la sanificazione senza avere i requisiti di legge per svolgere tale attività e, quindi, non possono emettere la certificazione valida ai termini di legge. Documento che le aziende devono avere obbligatoriamente dopo che nei loro ambienti c’è stato un caso conclamato di positività al Covid-19».

LE DISEGUAGLIANZE DA COVID: GIOVANI, DONNE E AUTONOMONI I PIU’ PENALIZZATI
Si legge sul Sole 24 Ore: «I lavoratori con contratti permanenti sono stati protetti dal blocco dei licenziamenti; i giovani che sono entrati nel mercato del lavoro con i contratti temporanei sono stati i più penalizzati; le donne, spesso impiegate nel settore dei servizi (il più colpito dal lockdown) si sono fatte carico della cura dei propri cari in assenza di un welfare famigliare. Il virus ha accentuato anche la divergenza tra lavoratori pubblici e privati: i primi hanno lavorato da remoto senza penalizzazioni economiche, i secondi hanno spesso dovuto fare ricorso alla Cig con perdite – in base al reddito – comprese tra i 461 e i 694 euro». Inoltre, ad accentuarsi è stato anche il divario tra lavoro dipendenti e autonomi: «Partite Iva, piccoli imprenditori, professionisti oltre alla perdita di fatturato devono sostenere costi fissi difficilmente comprimibili».

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