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Home Paolo Croci, lo scultore delle pipe: da Mantova a Gavirate per riscoprire la tradizione del “fumo lento”

Paolo Croci, lo scultore delle pipe: da Mantova a Gavirate per riscoprire la tradizione del “fumo lento”

20200210_110004-002Tra Barasso e Gavirate, culla dei pipari, il nome di Ferdinando Rossi è storia. A tal punto che Paolo Croci, titolare dell’omonima azienda, ci accoglie con un entusiasmo che è figlio dell’orgoglio. In azienda ci entriamo e usciamo nel giro di pochi minuti: «Prima di iniziare, meglio fare un giro per capire di cosa stiamo parlando», ci dice. E indica un mezzo busto che per lui è tutto: «E’ quello del Rossi, che nei tempi migliori occupava novecento operari, lavorava 50mila pipe al giorno e aveva creato dal nulla la prima e unica fabbrica di pipe a livello industriale del mondo».

MANI, TESTA E CUORE PER UN’IMPRESA A “DUE VELOCITA’”
In questa storia Paolo Croci ci è entrato con piedi, testa, cuore e cinque collaboratori (oggi, saliti a dodici): il più giovane ha ventitre anni; il più anziano ne ha cinquanta. Di questa struttura di seimila quadrati, che ospitava l’azienda Rossi fondata nel 1886, lui ne occupa circa 600. E’ piparo da sempre, di nascita mantovana e d’adozione varesina, e a Gavirate ci è arrivato nel 2010 anche grazie al fondatore del museo delle pipe, Alberto Paronelli. Inoltre, Paolo Croci è innamorato dell’archeologia industriale e lì, proprio a Gavirate, abita nello stesso appartamento occupato ai tempi da uno dei due direttori della fabbrica Rossi. E dice: «Prima o poi aprirò un museo interamente dedicato a quell’imprenditore illuminato».
Nel 2007 Croci rileva il brand Cesare Talamona, un’altra garanzia nella produzione di pipe, per comporre una strategia produttiva e commerciale che, oggi, gli sta dando ragione. E che lui racconta così: «La mia è un’azienda a due velocità: produce in serie (piccole produzioni con il marchio Fratelli Croci) e pezzi d’elite (con il brand Talamona) più fa da terzista per altre aziende. In un anno escono da qui 40mila pezzi».

I TEMPI SONO CAMBIATI: AHIA!
Bob Dylan cantava “The Times They Are A-Changin’” (i tempi stanno cambiando), e questo imprenditore di sessantadue anni ai tempi si è adeguato: «Producevo pipe esclusivamente a mano, ma guadagnarmi da vivere era sempre più difficile: già negli anni Ottanta il mercato artigianale era diventato una giungla. Così una sera, a passeggio con i miei cani, inizio a pensare a quanto sarebbe stato bello aprire una fabbrica tutta mia con qualche dipendente. Era il 1985: decido in cinque secondi. Da allora tutti i giorni dico “ahia!”, perché la sfida è sempre aperta. Se non credessi così tanto in quello che faccio, e se non dovessi tutelare le dieci famiglie che dipendono dalla Paolo Croci, me ne andrei in Germania. D’altronde, la pipa è un oggetto d’altri tempi. Da alcuni anni, però, si sta riscoprendo l’arte del fumo lento e di qualità: la cultura del fumare bene ha riportato una certa attenzione sui tabacchi scelti e selezionati».

LA FIERA DI DORTMUND, LA OLD DANISH E LO ZIO CHE VOLAVA IN AMERICA
Un’attenzione che interessa anche l’Italia, «anche se l’80% della nostra produzione – prosegue il titolare – è diretta al mercato tedesco». Non è un caso che Paolo Croci, ogni anno, se ne vada alla fiera di Dortmund, punto di riferimento per ogni piparo del mondo: «Da anni ho un mio stand fisso, a dieci metri da quello di Savinelli. Posso dire che io e loro siamo alleati, perché anch’io mi sono fatto carico della tradizione. E la difendo». Con il marchio Talamona, invece, si vende bene in Giappone, Singapore, Inghilterra, Germania, Spagna e Francia. Perché le pipe, nonostante ci si concentri sulle dodici forme base più alcune derivate, hanno bisogno di rinnovarsi: «Devi cambiare, questo è il punto – incalza l’imprenditore – e devi riscoprire anche la tradizione come accade con la “Old Danish”. Qui la realizziamo con una colorazione originale recuperata dalle ricette della  della Rossi».
Un colpo da maestro che si costruisce giorno dopo giorno, ma «senza tradire la mia anima artigianale», prosegue Paolo. Un’anima che trabocca e che porta ancora con sé i segni di quella Mantova degli anni Settanta, «fucina di artisti, dove l’atto del creare era una continua conquista. Ma tanto devo anche ad uno zio a capo di un’azienda di lampadari e che spesso, per affari, volava in America: gli stimoli non mi sono mancati».

CHIEDI A PAOLO SE SI PU’ FARE
Strada facendo, si impara. Paolo Croci è sanguigno, viscerale e fa girare le parole come un pezzo di radica sul tornio. La radica italiana «che viene dalla Liguria, dalla Toscana e dalla Calabria perché la pipa della tradizione è fatta così. Poi si possono usare anche il corbezzolo, l’olivo e il legno fossile. In tempo di guerra ci si accontentava di pero e faggio. La pipa nasce da lì, dal legno: sì, sono uno scultore». Che conta i gesti: per realizzare una pipa, sono necessarie cinquanta fasi di lavorazione. Amarezze? Più che altro fatica e sacrifici. Una frase di Enzo Ferrari, incorniciata al muro, la dice lunga sul carattere di questo imprenditore: «“Non fare mai del bene se non sei preparato all’ingratitudine”. C’è del vero: me la tengo stretta». Perché Paolo Croci crede nell’educazione, nell’umiltà e in quella forma di ascolto che da un lato sostiene l’apprendimento e dall’altro attutisce le tensioni in azienda. Un ascolto che è uno fra gli ingredienti principali per «entrare in sintonia con i clienti. Gli stessi che vogliono una pipa particolare ma non sanno dirti come – prosegue l’imprenditore -. E allora ti mandano uno schizzo fatto a mano, con qualche misura provvisoria. Io interpreto e realizzo. A volte dicono: “Chiedi a Paolo se si può fare così». Sì, si può fare.

(foto e intervista sono state realizzate prima dell’entrata in vigore delle norme Covid)

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