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FIDUCIA

RIORGANIZZAZIONE

INNOVAZIONE

TERRITORIO

Per una nuova normalità


Fiducia, riorganizzazione, innovazione per costure, mattone dopo mattone, azione dopo azione, la nuova normalità. Uno sforzo sul quale far convergere imprese, comunità locali, enti pubblici, filiere e cittadini. Un impegno da espandere dall’attualità alla prospettiva, per delineare un percorso progressivo, a step, attraverso il quale maturare un nuovo contesto socio-economico e culturale.
Confartigianato Varese ha scelto di articolare attorno a queste proposte il manifesto della concretezza: non solo un elenco di buoni propositi ma una visione di società migliore, più organizzata, più sinergica nelle relazioni e più performante nel recepimento dei processi di innovazione. Un cantiere aperto che può accogliere contributi e suggerimenti per diventare sempre più efficace e performante.



FIDUCIA

Fiducia intesa come continuità, rispetto delle norme a tutela della sicurezza nel contrasto alla pandemia, garanzia di regolarità dei pagamenti, scelta dei fornitori entro un perimetro territoriale limitato. Fiducia, in sintesi, come mantenimento del benessere delle comunità.
Un percorso a doppio senso in grado di generare nuovi e più forti legami tra l’impresa e i suoi stakeholder: il territorio, i fornitori, lo Stato, i lavoratori, i clienti, la cittadinanza. Dare fiducia e ricevere fiducia per consolidare o accrescere il potenziale del binomio tra imprese (economia) e territorio che ha acquisito l’importante ruolo di garante della tutela sociale nel momento della massima emergenza sanitaria. Costruire il percorso di acquisizione e attribuzione della fiducia contempera la messa in atto di una serie di azioni finalizzate a rendere stabile, autorevole, responsabile e puntuale l’impresa e, di contro, a rendere altrettanto performanti i suoi interlocutori.

In primo luogo si consiglia di attribuire alle aziende in grado di ottemperare alle norme di sicurezza necessarie a contenere la pandemia da Covid-19 e di tutelare i propri dipendenti una sorta di certificazione così da stimolare il percorso fiduciario nei confronti dei clienti, dei fornitori e dell’intera catena economica di riferimento.

In caso di fenomeni di portata uguale o superiore a quelli della pandemia da Sars-CoV-2, infatti, la rapida messa in sicurezza dei patrimoni aziendali e del loro ruolo di anello delle catene di fornitura, spesso anche a chilometro zero, saranno un patrimonio dell’intera comunità nazionale e, in caso di supply chain molto articolate, anche internazionale.

Il percorso di acquisizione della fiducia da parte delle imprese non potrà che passare, in prospettiva di breve-medio termine, anche dal miglioramento delle performance di tutela dell’ambiente: il benessere sociale e la sopravvivenza stessa del sistema economico ad oggi conosciuti si ritengono, di fatti, subordinati ad un migliore rapporto di tutela dell’ambiente e di tutto ciò che potrà rendere meno impattanti le conseguenze delle produzioni.

Un sostegno di tipo economico, anche indiretto, all’adeguamento delle produzioni ai nuovi criteri di compatibilità ambientale sono da considerare imprescindibili nel percorso di accrescimento del valore aziendale così come una normazione in grado di introdurre, con gradualità, prescrizioni alle quali le aziende possano adattarsi trovando al proprio interno, modalità e soluzioni adeguate alle proprie caratteristiche intrinseche.
E’ forte la convinzione, infatti, che non si possano individuare percorsi e soluzioni univoci a fronte di linee guida condivise ed efficaci. Specie se il risultato sia quello auspicato e la qualità elevata.

Il potenziamento delle performance ambientali di aziende di produzione e di servizio si ritiene possano accrescere il senso di fiducia sopratutto nelle generazioni più giovani, ampliando il plateau di utenti (clienti) delle imprese.

Al rispetto ambientale, sempre di più, è da correlare quello valoriale, ovvero la capacità dell’impresa di essere un punto di riferimento al quale riferirsi nell’azione quotidiana. Un esempio di rispetto dei diritti nell’accezione più ampia del termine (sociali, di genere, di razza, di cultura, di religione). L’impresa in grado di dimostrare attenzione e rispetto nei confronti dei pilastri della convivenza pubblica e civile può acquisire un ruolo di guida non solo all’interno della propria comunità economica ma anche in quella sociale, guadagnando fiducia e migliore possibilità di convivenza con il territorio sul quale (e con il quale) opera.

Un tale sforzo dovrà essere certificato con manifestazioni e attribuzioni pubbliche e con elenchi pubblici consultabili dai cittadini interessati tanto ai prodotti quanto alle modalità con le quali le aziende operano per immetterli sui mercati.

E’ fondamentale evitare in qualunque modo che comportamenti, azioni, stili di lavoro e di comportamento delle aziende scoraggino utenti e fornitori dal concedere la fiducia che sempre di più starà alla base dei rapporti di tipo economico.

Si è già detto dell’importanza della biunivocità.
Una azienda in grado di trasmettere fiducia, o impegnata affinché ciò avvenga, non può prescindere dal riceverla. Pena la messa in atto di sforzi ai quali non riescano a corrispondere risultati di pari efficacia e impatto.
Si pensi, infatti, a una impresa impegnata in percorsi di messa in sicurezza fondamentali per la compliance con i propri dipendenti, le rispettive famiglie, le relative comunità e  l’ente pubblico regolatore ma, al contempo, penalizzata nella propria disponibilità di liquidità dai ritardi nei pagamenti di quello stesso ente pubblico.
Su questo fronte è fondamentale operare affinché simili discrasie non si verifichino, per non vanificare gli sforzi o, peggio, renderli impossibili per motivi oggettivi.

Poiché ogni investimento nella messa in sicurezza, nella compliance ambientale e nel rispetto di valori sociali condivisi richiede l’impiego, tra l’altro, di risorse economiche, diventa decisivo che lo Stato e gli enti pubblici ottemperino velocemente al pagamento delle aziende, così che gli attuali ritardi non si riducano in ritardi nell’intraprendere percorsi virtuosi. Il rischio sarebbe, infatti, quello di interrompere la catena dell’aumento di valore. Al pari, l’ente pubblico deve operare sul miglioramento della propria capacità normativa, rendendola semplice, chiara, stabile nel tempo e, sopratutto, attuabile nel modo più efficace per ciascuna singola azienda.

Dare valore al risultato, dunque, e non al percorso necessario per raggiungerlo. Al contempo non sono più accettabili enti pubblici che, per ovviare a propri deficit operativi, rovescino con atto impositivo sulle aziende compiti non propri di un operatore economico.
Un esempio è il welfare aziendale, al quale attribuire un ruolo crescente ma sinergico allo Stato Sociale, irrinunciabile come ha dimostrato dal punto di vista del sistema sanitario e di tutela sociale, la stessa pandemia generata dal Coronavirus.

In ultimo dovrà essere corale lo sforzo di attribuzione di fiducia da parte delle comunità: ad aziende in grado di generare specifici garanzie per livello di sicurezza, rispetto dei valori condivisi, capacità di integrazione con i territori, tutela dei fornitori e della loro stabilità economico-finanziaria, diffusione di un welfare aziendale proattivo, andrà restituita disponibilità all’accoglienza. In questa direzione vanno annoverate legislazioni semplificate, forme di tassazione adeguata, azzeramento della burocrazia, piani di governo del territorio accessibili e adattabili ad ampliamenti-potenziamenti delle strutture produttive, azioni giudiziarie rapide, rispetto della convivenza civile.

Un vero e proprio welfare di comunità da rafforzare rispetto all’offerta attuale. Affinché possano sviluppare maggiore resilienza, possano investire nel potenziamento della propria capacità di risposta alle istanze ambientali, di territorio, etiche e di sicurezza, è fondamentale che le aziende possano riporre fiducia nel sistema-comunità nel quale operano. In assenza di servizi in grado di puntellare gli sforzi proattivi dell’azienda, il rischio è, infatti, che debba essere l’impresa a svolgere il doppio ruolo di realtà privata e di ente erogatore di integrativi rispetto a quelli pubblici.
Di contro, è il sistema sociale a dover mettere al servizio delle realtà private servizi in grado di favorire la riorganizzazione del lavoro e la conciliazione dei tempi di vita e lavoro.

In questa chiave, va sostenuto il dialogo di territorio, affinché ogni specifica zona e ogni particolare contesto, possano generare le risposte più idonee a supportare le realtà economiche che vi operano. E’ auspicabile anche una elevata iniezione di autonomia nel campo dell’erogazione di servizi locali di supporto ai lavoratori (anche per favorire un ampliamento delle fasce orarie di scansione del lavoro)


RIORGANIZZAZIONE

Imprese e sistema economico devono essere messi nella condizione di sperimentare, e dunque acquisire stabilmente, una nuova “normalità”, anche a beneficio del benessere sociale.

I nuovi modelli organizzativi devono rispondere al duplice obiettivo della maggiore produttività offrendo, al contempo, una garanzia di continuità. Si rende, inoltre, non più rinviabile l’acquisizione di nuove skills, sulle quali costruire nuove abilità da spendere in contesti nazionali e globali.

L’andamento del mercato, la capacità di delineare gli scenari evolutivi entro i quali si muoverà il sistema economico, l’emergere di nuovi bisogni ai quali fare fronte – in primo luogo connessi con l’esigenza di prevenzione dei rischi sanitari anche a medio termine – sono la premessa per l’auspicabile riqualificazione di intere filiere.

In questo senso vanno sostenute forti accelerazioni produttive (prevedibili da metà/fine anno) rinviando la tassazione al 2021 (o frazionandola nel prossimo quinquennio) o aumentando i crediti di imposta per gli investimenti in sicurezza e in innovazione. E, ancora, tagliando l’elevatissimo costo del lavoro che su questo territorio produce la fuga di competenze formate in loco verso le imprese d’oltrefrontiera (un esempio è la Svizzera).

La continuità del sistema Italia non può prescindere dalla necessità di implementare – parallelamente a quelli dei fornitori – anche i pagamenti dalle Pubbliche Amministrazioni nel rispetto dei termini stabiliti per legge, onde assicurare un innesto di liquidità alle imprese non legato esclusivamente al credito bancario.

Recenti studi di Confartigianato certificano la dimensione del problema: l’Italia è il primo Paese dell’Unione Europea per peso sull’economia dei debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche, pari a 3 punti di Pil. Quota pressoché doppia rispetto all’1,6% della media dell’Unione Europea. Tale spread si assorbirebbe se venisse adottata la proposta di compensazione secca, diretta e universale tra i debiti Pa verso le imprese e i debiti fiscali e contributivi delle imprese mediante la quale si utilizzerebbero i 28,4 miliardi di euro di versamenti allo Stato da parte delle imprese fornitrici della Pa per la compensazione del debito.
A ruota, segue il capitolo semplificazione, che deve diventare un faro della nuova organizzazione del lavoro, della cosa pubblica e della normazione.

Anziché gravare le piccole e medie imprese del peso di adempimenti, in caso di emanazione di linee guida su specifiche materie, le aziende devono potersi muovere in autonomia nella relativa adozione, mettendo in atto le soluzioni ritenute più efficaci, senza costrizioni procedurali o processi di certificazione stringenti.
In questo modo si rende meno impegnativa una legiferazione d’emergenza o reiterata, favorendo la compliance tra mondo del lavoro e istituzioni.

Nelle fasi di transizione, il cambiamento è da considerarsi un tratto distintivo. Il cambiamento porta però con sé un altro cambiamento, subordinato alla necessità delle imprese di adeguarsi al presente e di pianificare le risposte più efficaci alle evoluzioni future. Un passaggio obbligato diventa, così, l’aggiornamento delle competenze.

La tenuta del Paese dipende dalla crescita e dallo sviluppo del suo capitale umano.
Non esistono e non sono credibili o giustificabili soluzioni alternative alla riqualificazione delle risorse, anche in considerazione del fatto che andranno “duplicate” quelle strategiche per fronteggiare l’eventuale, e magari prolungata, assenza di figure chiave in caso di nuove e eventuali emergenze. Si ricorda nello specifico che le crisi da fronteggiare non dovranno essere solo quelle di tipo sanitario ma anche quelle di carattere economico e sociale.
Tale formazione (riqualificazione e formazione ex novo) è da pensare con le modalità del piano nazionale Imprese 4.0.

Contestualmente alla riqualificazione professionale dei collaboratori, sono da incentivare le assunzioni giovanili a supporto dell’introduzione di nuove abilità e conoscenze in azienda. Si prevede, infatti, una accelerazione dei processi di digitalizzazione e va compensato con urgenza il digital divide del sistema produttivo nazionale nel confronto con i principali Paesi competitor.

In una fase storica ad altissimo rischio di contrazione della produttività e di innalzamento del disagio sociale, è inoltre da rivalutare – e non solo per il risvolto occupazionale – il ruolo della piccola e media impresa, nell’ambito della quale il lavoro è anche un’esperienza umana. E dove, grazie alla dimensione familiare che in molti casi si viene a creare, è possibile contenere il malessere legato alle difficoltà economiche (anche in modo indiretto).

Per sostenere le Pmi e mantenerle un presidio sociale e territoriale sono da rafforzare le modalità di applicazione del welfare aziendale, sono da pensare iniziative che ne favoriscano la visibilità (cavalierato del lavoro provinciale?), anche digitale, e si ritiene fondamentale l’applicazione di incentivi fiscali che compensino gli sforzi di riconversione.

Molte – per l’età media avanzata dei titolari e la carenza di capitalizzazione – potrebbero non riuscire a rispondere alle nuove istanze del mercato ma il Paese non può permettersi che ciò accada, soprattutto in modo massivo, per ragioni occupazionali, per non interrompere le catene della fornitura e per non costringere le industrie strutturate a delegare completamente all’estero il flusso dei rifornimenti e della produzione.
Nell’ottica di offrire una sponda produttiva e di servizio alle Pmi, l’intervento dello Stato deve, a nostro giudizio, muoversi su un duplice binario: quello del supporto indiretto e quello dell’azione diretta.

Per supporto indiretto si intendono gli investimenti in infrastrutture fisiche e digitali, funzionali ad accelerare la competitività negli spostamenti ma anche nelle connessioni e a portare anche le Pmi nel cuore del nuovo mondo interconnesso. Le medesime infrastrutture offrono anche una sponda all’azione diretta attraverso appalti semplificati e a chilometro zero, sui quali far poggiare il piano Marshall post-Covid.
Nella doppia veste del supporto indiretto e dell’azione diretta sono da catalogare le politiche per la sostenibilità ambientale (Green News Deal), che oltre a offrire un valore etico aggiuntivo al sistema Paese nel suo complesso e alle singole aziende, aprono nuovi scenari produttivi e di servizio entro i quali coinvolgere le competenze innovative acquisite dalle Pmi.


INNOVAZIONE

A chiusura dei precedenti percorsi – o a loro integrazione – per il sistema economico nazionale occorre immaginare un progressivo sviluppo post-Covid, con processi di ricerca e innovazione, non solo tecnologica ma anche della produzione.

Contestualmente è fondamentale aggredire la probabile diffusione della disoccupazione e l’accentuarsi delle diseguaglianze, che colpirà perlopiù il ceto medio, le partite iva e i titolari di piccole e medie imprese.

Un doppio binario per trainare l’avanzata e recuperare il (tanto) terreno perduto in un tempo accettabile ad evitare la cancrena di alcuni settori già pericolosamente sul crinale da un lato e redistribuire il benessere territoriale dall’altro, per non impoverire il mercato interno e continuare nel percorso di conservazione delle filiere.
Ci si aspetta in questa fase una rapidità legislativa tale da riuscire ad assecondare la prevedibile (auspicabile) corsa delle imprese per agganciare nuove produzioni, nuovi mercati e nuove modalità produttive.

Credito, fiere, market place e campagna di comunicazione globale sul Made in Italy. Sono i cardini del nuovo Programma straordinario di promozione del Made in Italy che, attraverso un importo di 716 milioni di euro, punta a difendere
e a valorizzare i prodotti italiani all’estero. Le risorse provengono dai 316 milioni di Fondi Ice, a cui si vanno a sommare i 400 milioni euro in pancia a Sace-Simest per il rifinanziamento del Fondo rotativo 394 per l’internazionalizzazione delle Pmi. Un passo importante per sostenere, anche in futuro, esportazione e reputation, e commisurando gli interventi alla tipologia di azienda coinvolta. È di fatti evidente che la capacità di penetrazione nei mercati esteri è più complessa per una piccola e media impresa per la quale prevedere incentivi per affiancare all’imprenditore figure qualificate in grado di sostenere e incentivare il processo di internazionalizzazione.
Contestualmente ad un percorso di ritorno sui mercati esteri è fondamentale sostenere la competitività e, in questa direzione, va intesa una proroga strutturale degli incentivi correlati al nuovo Piano Impresa 4.0 a sostegno di quei processi di innovazione finalizzati al rafforzamento della riconversione produttiva già avviata nella Fase 1 e all’innalzamento (strategico per la competitività internazionale) dell’indice di produttività.

Al pari, non sono da escludere modifiche di prodotto da sostenere anche con investimenti in percorsi di marketing e comunicazione corporate indirizzati ad aumentare il portafoglio clienti e a presentare la nuova immagine dell’azienda: se il mondo dopo il Coronavirus non sarà più lo stesso, l’azienda dovrà dimostrare d’essere stata in grado di assecondare i cambiamenti e di saper fornire risposte adeguate alle nuove richieste.

Comunicazione, innovazione, internazionalizzazione: in tutti i percorsi che verranno intrapresi è prevedibile che non torneranno a prevalere i contatti interpersonali ma, di contro, il nuovo mondo sarà caratterizzato da una combinazione di relazioni interpersonali e di relazioni digitali, funzionali a contenere il costo degli spazi in azienda, l’inquinamento causato dalla transizione del trasporto dai mezzi pubblici alle auto e il tempo di spostamento.

In questo senso, il potenziamento della banda larga è fondamentale e va completato il processo di connessione in atto nell’intero Paese per rispondere al bisogno di clienti e fornitori di contenere, tra le altre cose, i tempi degli spostamenti. Avremo una economia sempre più “time cutting” e bisognerà prevedere il ciclico ritorno a condizioni di emergenza causate dalla diffusione di nuove, violente, forme virali.

Nella fase di allontanamento dal rischio sanitario – cogente nella Fase 1 e comunque presente nella Fase 2 – sarà necessario prevedere un rafforzamento del tessuto produttivo, un eventuale ripristino delle filiere azzoppate dalle chiusure determinate dal Coronavirus, e un allargamento delle specialità produttive dei territori.

Specificità e identità territoriali, elementi sui quali già in periodo pre Sars-CoV-2 si discuteva con l’obiettivo di ripristinare l’attrattività di tessuti produttivi locali, vanno sostenute con convinzione, nel tentativo di imprimere un’accelerazione competitiva e una attrattività di investimenti e buyers. Si chiedono perciò contributi a fondo perduto, concreti e continuativi, per l’avvio di nuove attività e voucher per i servizi di accompagnamento a cura di esperti in grado di indicare ai nuovi imprenditori i settori dove più alta è la richiesta su scala nazionale.

Specifica attenzione va posta sugli impatti che il Coronavirus avrà sulla area milanese: quella che fino all’esplodere del Coronavirus era una forza – la commistione tra culture, competenze, persone e professionalità diverse – oggi è la più grande debolezza del capoluogo di Regione. È quindi da porre massima attenzione al nuovo ruolo che assumerà l’area meneghina: sono prevedibili decentramenti di funzioni? È pensabile una dislocazione dei centri produttivi?

In questo senso le aree di cintura con l’area metropolitana di Milano si candidano a essere centro di collettamento del bisogno di spostare il fulcro dell’economia all’esterno del groviglio urbano: massima attenzione, e massimo sostegno anche da parte delle amministrazioni locali, andrà posto alla capacità di farsi trovare pronti nel caso queste circostanze dovessero concretizzarsi.

L’innovazione, la sfida al superamento della crisi, le iniziative in chiave prospettica finalizzate a passare dalla fase di “gestione del problema” a quella di “conduzione delle soluzioni”, non possono trascurare tematiche sulle quali in un recente passato il dibattito pubblico aveva provato a concentrare l’attenzione. È il caso dello sviluppo sostenibile, occasione fenomenale offerta dal sostanziale reset attuato da Sars-CoV-2.

Affrontare le emergenze ambientali e le potenziali disuguaglianze anche tra diverse tipologie di imprese che ricette economiche “classiche” possono produrre è la vera sfida. Scrive Enrico Giovannini a proposito dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile che dovranno essere raggiunti entro il 2030: per i goal 1 (povertà), 4 (educazione), 8 (condizione economica e occupazionale), 9 (innovazione), 10 (disuguaglianze) l’impatto atteso è largamente negativo mentre per i goal 7 (sistema energetico), 13 (lotta al cambiamento climatico) e 16 (qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide) ci si può aspettare un andamento moderatamente positivo. Per i goal 6 (acqua e strutture igienico-sanitarie), 11 (condizioni delle città), 14 (condizioni degli ecosistemi marini) e 17 (cooperazione internazionale) nel 2020 l’impatto dovrebbe essere sostanzialmente nullo (…).

Si richiedono politiche pubbliche chiare e non modulate sul solo bisogno della grande industria e di lunga durata (stabilità normativa) affinché gli sforzi nella direzione della svolta-2030 diventino sostenibili e prodromiche a una più accettabile ricostruzione. Saranno questi i criteri attraverso i quali valuteremo la qualità della spesa pubblica che, auspicabilmente, dovrà colmare i gap manifestatisi in fase di emergenza Coronavirus nei comparti della salute, della prevenzione e dell’istruzione.

Per quanto concerne l’innovazione, sono da immaginare politiche di sostegno a start-up innovative, a percorsi di riconversione e alle imprese ad alta crescita che, basate sulla tecnologia, offrono un contributo significativo alla creazione di posti di lavoro. A corredo, i processi di semplificazione andranno attuati alla diffusione dei percorsi di ricerca più virtuosi, finalizzati al raggiungimento di un grado di innovazione elevato in tutti gli asset strategici della produzione Made in Italy.


TERRITORIO

Già prima del trauma economico provocato dal lockdown dal territorio della provincia di Varese erano emerse sofferenze e punti di forza sui quali lavorare per rigenerare il tessuto economico, restituire una nuova vocazione produttiva e di servizio, generare maggiore capacità attrattiva e delineare un tratto distintivo nel confronto con aree o tessuti metropolitani fortemente performanti.
Nello specifico, l’analisi “La Provincia di Varese – Scenari di futuro” – messa a punto da The European House Ambrosetti per Confartigianato Varese – rilevava tra i campanelli d’allarme una contrazione del Pil pro capite (debolezza ora aggravata dall’emergenza pandemia), la riduzione del numero di imprese locali (in particolare Pmi) e l’invecchiamento della popolazione.
Fragilità alle quali si contrappongono una forte specializzazione industriale in settori manifatturieri rilevanti, la presenza di poli di ricerca d’eccellenza e l’elevata vocazione all’export, che ora tuttavia rischia di risentire dell’indebolimento congiunturale internazionale.
Fondamentale anche la dotazione infrastrutturale e la posizione strategica per la logistica, la crescente attenzione alla green economy e alla green mobility economy, l’efficienza dei servizi pubblici.

Su questi pilastri è ancora possibile operare per generare una individualità territoriale e una forte specificità sulla quale puntare nella fase new normal.
Nello specifico sarà fondamentale mettere a valore gli asset e le competenze, promuovendo strategie di co-sviluppo economico-industriale in relazione proattiva con i territori limitrofi. Questo soprattutto alla luce del nuovo assetto che potrebbero assumere tanto il Canton Ticino, la cui crisi non rientrerà prima del 2022 e che potrebbe non assorbire più un numero tanto elevato di alte professionalità italiane, quanto l’area metropolitana di Milano, sulla quale vale la pena soffermare la riflessione.

L’emergenza Covid ha messo in evidenza, come già detto in questo documento, come la prossimità (dei cervelli, delle strutture, delle opportunità) sia passata dall’essere una forza al diventare una parziale debolezza di Milano, che in futuro potrebbe addirittura “spalmare” parte della propria offerta su un più ampio territorio limitrofo, generando nuove opportunità per i comparti a Sud della provincia.

Per questo motivo si consiglia di avviare sin d’ora un canale di collegamento con gli stakeholder milanesi, siano essi del mondo delle istituzioni, dell’economia e del sociale, per interpretare in tempo utile eventuali trend riorganizzativi e manifestare la disponibilità a diventare parte attiva di questi processi.
La dimensione eccessivamente local può sicuramente supportare nell’immediato alcune attività del commercio e, forse, dei servizi e della produzione ma, alla luca, l’assenza di una regia sovracomunale potrebbe rivelarsi un danno per la competitività del nostro territorio a dispetto di altri che si candideranno a supportare, al pari, la riorganizzazione Milanese.

Decisiva anche la strategia finalizzata a rafforzare i settori ad alta produttività e resilienza già presenti sul territorio, puntando a una leadership sulla manifattura ad elevata specializzazione (aerospazio, gomma-plastica, macchinari e meccanica e, in particolare nel momento storico attuale, chimico-farmaceutico), e importante l’idea di sostenere un rafforzamento dimensionale delle tante realtà industriali di piccole dimensioni di cui è costellata la provincia di Varese.
Confermato anche l’obiettivo di candidare Varese a snodo dell’asse della mobilità sostenibile che da Milano a Torino potrebbe favorire il rilancio del settore auto, che oggi attraversa un momento di preoccupante stallo produttivo, e trainare le tante imprese che sul territorio operano nell’indotto.

Un percorso di valorizzazione della qualità ambientale – fattore sempre più dirimente nel dibattito sociale – e, al contempo, di rafforzamento produttivo in una logica attrattiva e distintiva, deve coagulare più territori omogenei e più comparti produttivi, al fine di rendere possibile la concentrazione di tutto il know how necessario all’attuazione del progetto industriale.

Operare in questa direzione consentirà di associare il territorio ad una immagine forte e attrattiva, basata sul manifatturiero e in collegamento con i valori legati ad una vita attiva, salutare e sostenibile.
L’auspicio finale è che le risorse messe a disposizione anche a livello territoriale – sia direttamente (bandi, liquidità, incentivi) che indirettamente (riduzione dei tributi locali) – superi la formula a macchia di leopardo e trovi quell’omogeneità necessaria a rafforzare nel complesso il corpo di un territorio sul quale è decisivo mantenere la salute delle filiere, l’attrattività dei tecnici di più alto profilo, la stabilità sociale e la propensione allo sviluppo anche infrastrutturale, in un’ottica di collegamento con i poli della logistica della stessa Lombardia, ma anche della Liguria e del Piemonte.


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